#TellMeRock, gli Interpol di ‘Antics’ tra new wave, introspezione e sentimenti

EDITORIALE – Diciamolo chiaramente, il panorama indie rock dei primi anni 2000 ha mostrato un inaspettato fermento fatto di nuove tematiche, espressività e molta sperimentazione.

Il vuoto nel panorama new wave lasciato da band come Joy Division e Smiths sembra incolmabile, ma due gruppi provano a lanciare una nuova sfida al genere, attraverso sonorità innovativi e argomenti amorosi trattati magari con raffinatezza e poca banalità.

Ci provano i Franz Ferdinand, di cui parleremo nei prossimi giorni, ma soprattutto gli Interpol, che dopo l’esordio boom del 2002 con il loro Turn On the Bright Lights, raggiungono quasi la perfezione due anni dopo con l’album Antics.

Ho scoperto gli Interpol al Qube nel 2004, in un giovedì sera tipicamente a tema rock e in cui il pezzo di apertura delle danze era Slow Hands, traccia dalle chitarre graffianti e da una ritmica tipicamente rock che richiama i suoni di una new wave che vuole riprendersi il suo ruolo anche nel rock moderno.

Antics (buffonate!?) si apre con “Next Exit” brano dal mood lento e triste ma con una melodia più da episodio di chiusura che da inaugurazione; Banks e Co. cercano in effetti di avvertire il pagano ascoltatore che forse uno spiraglio di luce c’è, ma va cercato e non è semplice.

La seguente “Evil” inaugura la successione di brani che rappresentano il fulcro dell’intero lavoro; nervosa, inquietante e forse uno dei pezzi migliori.

Si continua con “Narc” già ampiamente presentata nei loro live shows, per poi scivolare verso “Take You On A Cruise”, perla assoluta dalle forti sensazioni emotive.

Laddove nel primo disco prevaleva il nero ora prevale uno sfondo completamente bianco. Presagi a parte, le novità si avvertono già dopo un primo ascolto.

Restando nell’ambito dei confronti che tanto aiutano nelle recensioni, di Joy Division e Cure resta ben poco, prevale un piglio più solare quasi alla Talking Heads o alla R.E.M. con riff e giri di basso che sembrano addirittura venir fuori dai Pixies. Ed ancora: il volume delle tastiere è a tratti prevalente!

La voce resta comunque un elemento caratterizzante, metamorfosi a parte. Che poi non si tratta di metamorfosi vera e propria quanto più probabilmente di un’espressività estemporanea di un gruppo che resta sempre pervaso da quell’alone di fervida e malinconica cupezza. Paul Banks sembra il portavoce di chi cerca di autoconvincersi della possibilità di uscire dal tunnel senza fondo dell’alienazione dell’uomo del ventunesimo secolo (tema ricorrente del percorso musicale dei gruppi newyorkesi).

C’Mere e Public Pervert sono ballate tra il melodico e un senso di cupezza amplificato, le quali rendono Antics un album unico nel suo genere, smentendo chi pensava che gli Interpol si fossero bruciati con i lavori migliori resi e inseriti nel loro album di esordio.

Antics è un disco che vive di vibrazioni interne, dove tensione e allentamento s’intrecciano, lasciando il lirismo vocale venire maggiormente a galla.

D’altra parte attraverso un vocalismo più maturo, romantico e meno declamante, il gruppo veicola maggiormente i propri messaggi e lo fa in modo onesto e appassionato, dimostrando altresì di aver metabolizzato a fondo quel mood che viene dal passato. L’andamento epico e solenne di A Time To Be So Small, riemersa dalle nebbie del primissimo demo autoprodotto, è l’emblema del meraviglioso percorso compiuto dagli Interpol di Antics.

Ovvero rigenerarsi attraverso il passato, senza dimenticare di essere comunque piccoli, in questo grande mondo. E andare avanti, nonostante tutto.