#TellMeRock i 25 anni di Metallo non Metallo dei Bluvertigo: l’indie italiano si riscopre elettronico, ironico e coraggioso

EDITORIALE – C’era una volta il 1997, anno “zero” per l’indie rock italiano e di cui più volte ho fatto menzione.

Ma oggi, sempre per iniziare in modalità “fiabesca”, voglio raccontare ai più giovani che prima di un Morgan “sfrattato”, o di un Morgan in guerra con Bugo o col mondo, esisteva (e a mio modesto parere esiste ancora), un artista duttile ed eclettico, grande polistrumentista e capace di creare uno stile innovativo che ha fatto da spartiacque non solo nell’indie, ma in tutto il panorama musicale italiano.

Si parla quindi dei BluVertigo e del loro Metallo Non Metallo, pubblicato nel gennaio del suddetto anno e che proprio oggi, venticinque anni fa, raggiungeva i vertici delle classifiche italiane.

Dopo l’urgenza espressiva di Acidi e basi, la band di Monza si prende tutto il tempo per realizzare nelle “Officine meccaniche” di Mauro Pagani in quel di Milano, uno dei più coraggiosi e controversi album della storia della musica italiana, realizzando una “cattedrale sonora” in cui vengono richiamati in ordine sparso: Brian Eno, la new-wave, Robert Fripp, Battiato, Bowie, Roxy music, Depeche Mode...con il recupero e la modernizzazione di sonorità sintetiche in contrasto con quelle acustiche.

A rafforzare questo quadro “futurista”, arrivano anche immagini glam, falso edonismo alla Duran Duran e arrangiamenti sontuosi.

Si parte con Il mio malditesta basato su uno splendido riff beatlesiano sostenuta da arrangiamenti alla Bowie periodo berlinese.

Si continua con Fuori dal tempo, in cui si descrive la stupidità dei famosi tre giorni della visita militare, con una base techno-pop, cadenza strutturale alla Devo e lunga coda psichedelica contornata da synth e tastiere.

Vertigoblu, si può considerare il loro manifesto ideologico; brano alla Frank Zappa, con chitarre dissonanti e ritmica in controtempo, con un basso alla Les Claypool.

La strumentale Tele cinesi prepara l’atmosfera per uno dei capolavori del disco, Cieli neri, delicata e passionale ballad da brividi, con la partecipazione (presente anche in altri brani) del grande Mauro Pagani (ex PFM) al flauto.

Si arriva poi a Oggi hai parlato troppo, con riffone di chitarra alla Tommy Iommi dei Black Sabbath insieme ad un cattivissimo sax.

Il nucleo è un altro manifesto del disco, con le sue domande esistenziali e filosofiche, attraverso una base industrial alla Nine Inch Nails.

Ebbrezza totale è disarmante, come l’ironia di Altre forme di vita, techno-pop anni ’80 e altro testo geniale con un ritornello ormai memorabile.. Chi non ha mai canticchio “E’ praticamente ovvio che esistano altre forme di vita”?

Il disco si avvia alla conclusione senza noia, con la “talking headsiana” Le arti dei miscugli, l’originalissima Ideaplatonica che richiama il concetto di trilogia, la rabbia alternative-rock di So low-l’eremita, e l’oscura Troppe emozioni in cui partecipa alla voce la splendida Alice.

Era un 1997 propositivo e coraggioso, ma anche ambizioso. Con gruppi che non temevano lo show business o lo spettro o facile consenso delle classifiche. Non esisteva la pressione dei reality e dei talent, e quindi i club erano ancora le palestre su cui mettere il proprio ingegno e la propria invettiva.

In questo i BluVertigo sono stati maestri, nel disco forse più coraggioso e intelligente mai fatto in Italia…

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