#TellMeRock, i 28 anni di “Mezzanine”: il buio che ha riscritto gli anni ’90

EDITORIALE – C’è stato un momento, a metà anni Novanta, in cui sembrava quasi obbligatorio prendere gli anni Ottanta, chiuderli in una scatola e buttarli via. Troppo kitsch, troppo sintetici, troppo tutto. Poi arriva il 20 aprile del 1998 e i Massive Attack fanno una cosa semplice e radicale: li riaprono. Ma invece di nostalgia, ne tirano fuori un’ombra.

Quell’ombra si chiama Mezzanine. E non è solo un disco: è un’architettura emotiva, un’operazione chirurgica sul DNA della new wave.


Bristol, dub e apocalisse urbana

Prima di arrivarci, il trio — Robert Del Naja, Grant Marshall e Andrew Vowles — aveva già riscritto le coordinate con Blue Lines e Protection. Hip-hop rallentato, dub, soul e una nebbia cinematografica che da Bristol si espandeva ovunque.

Ma con Mezzanine cambia tutto: il trip-hop smette di essere colonna sonora da lounge e diventa qualcosa di più vicino a un incubo lucido. Addio cocktail bar, benvenuti interni devastati.


Il “sampling” come manifesto culturale

Qui il sampling non è tecnica: è dichiarazione politica. Dentro ci trovi Isaac Hayes, ma anche i fantasmi degli anni Ottanta più scuri: The Cure, Depeche Mode, Siouxsie and the Banshees, Wire.

E poi la voce: non una voce qualsiasi, ma quella di Elizabeth Fraser, ex Cocteau Twins. Traduzione: etereo, indecifrabile, perfetto.


Tracce chiave: quando il buio pulsa

“Angel” è l’inizio della fine. Un basso dub che sembra arrivare dal sottosuolo, una crescita lenta e inevitabile, poi la chitarra che esplode. Qui il trip-hop diventa quasi rock industriale. Il contributo di Horace Andy è puro veleno: una presenza che non canta, incombe.

“Risingson” è paranoia liquida. Beat più morbido ma atmosfera ancora più tossica, con Del Naja e Daddy G che recitano come se fossero intrappolati in un sogno sporco. Il basso? Un organismo vivo.

“Inertia Creeps” è un viaggio obliquo: percussioni ossessive, suggestioni mediorientali, tensione sessuale e urbana che non trova sfogo. È uno dei momenti più disturbanti del disco.

Poi arriva “Teardrop” — e cambia la gravità.
Una pulsazione cardiaca, una melodia sospesa, e la Fraser che canta come se stesse parlando da un altro piano dell’esistenza. È luce, sì, ma una luce fredda. Il videoclip — quel feto che canta — è una delle immagini più iconiche (e inquietanti) degli anni ’90.


Tra rock ed elettronica: il punto di non ritorno

Il vero colpo di scena è questo: Mezzanine è un disco elettronico che suona come una band. Chitarre, dinamiche, tensione fisica. Non è un caso che dal vivo i Massive Attack abbiano dovuto trasformarsi in qualcosa di molto più “suonato”.

Qui il dialogo con i Depeche Mode — soprattutto quelli di Songs of Faith and Devotion — è evidente: stessa ossessione per il corpo, per la fede distorta, per il suono come materia.


Le gemme nascoste (e sottovalutate)

“Black Milk” e “Group Four” riportano in scena Elizabeth Fraser, e sono due vertici emotivi troppo spesso ignorati: la prima è una carezza spettrale, la seconda una lenta detonazione.

“Dissolved Girl” (con Sara Jay) gioca su un doppio registro: fragile e poi improvvisamente abrasiva, quasi grunge.

E la title track “Mezzanine”? Un groove nervoso che cita i Gang of Four e dimostra quanto il passato venga digerito, non semplicemente campionato.


La vera “chicca”

C’è una leggenda che circola da anni: Robert Del Naja sarebbe Banksy. Mai confermata, mai smentita davvero. Ma se fosse vero, Mezzanine diventerebbe ancora più coerente: un disco che, come i graffiti migliori, lavora nell’ombra e lascia segni indelebili.


Perché conta ancora

Mezzanine non è solo uno dei dischi più importanti degli anni ’90: è quello che ha dimostrato che l’elettronica poteva essere pesante, fisica, disturbante quanto il miglior rock. Altro che rimozione degli anni Ottanta: qui vengono riesumati, sezionati e trasformati in qualcosa di completamente nuovo.

E, a distanza di 28 anni, suona ancora come il futuro.

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