EDITORIALE – Forti del botto clamoroso dell’omonimo debutto, i Rage Against The Machine tornano nel 1996 con addosso aspettative fuori scala. Non poteva essere altrimenti: in due anni quel primo disco aveva superato il milione di copie, e la macchina Epic Records (leggasi major, leggasi pressione) spinge per un seguito immediato. Il risultato? Un corto circuito creativo. La band è stremata, le idee faticano a prendere forma, Zack de la Rocha si sente messo ai margini, le sessioni arrancano. Clima teso, nervi scoperti.
Qui entra in gioco Brendan O’Brien, uno che di dischi pesanti se ne intende. Sulla carta “il produttore”, nella pratica molto di più: uno che fa da parafulmine, che tiene insieme i pezzi, che ascolta. Più psicologo che tecnico. Lascia spazio, non impone, permette ai Rage di scaricare tutto — frustrazione, attriti, ideologia — dentro i brani. Ed è probabilmente questa valvola di sfogo a salvare Evil Empire: da impasse a disco coeso, vivo, necessario.
Il 16 aprile 1996 esce quindi un secondo album che non gioca in difesa. Anzi: cambia asse. Meno metal a presa immediata, più hip hop, più groove, più parola. Un azzardo pieno. Se nel debutto la violenza era soprattutto sonora, qui si sposta nel testo: la musica si fa ossessiva, circolare, quasi minimale, per martellare i concetti. Una scelta che divide — successo subito, entusiasmo non unanime — ma che definisce l’identità del disco.
Il titolo arriva dritto da Ronald Reagan e dal suo “Impero del Male” rivolto all’URSS negli anni ’80. Ma il bersaglio, nel 1996, è altrove: l’imperialismo americano, le sue contraddizioni, la sua retorica. L’artwork (rielaborazione di un’opera di Mel Ramos) e il booklet — con una vera e propria reading list che va da Noam Chomsky a Frantz Fanon — completano il quadro: militanza dichiarata, niente ambiguità.
Il contesto politico è tutto dentro le canzoni. Lo spiega lo stesso De la Rocha nel ’96, parlando di “Bulls on Parade”: dal crollo del Muro in Germania alla costruzione di un altro muro tra Stati Uniti e Messico, con anni di isteria e retorica d’odio che hanno prodotto centinaia di vittime lungo il confine. È quella rabbia lì che finisce nei solchi del disco. Non teoria: carne viva.
Musicalmente, Evil Empire è un laboratorio. Il trittico iniziale — “People of the Sun” / “Bulls on Parade” / “Vietnow” — è un uno-due-tre che definisce il suono: più hip hop, più noise, più sperimentazione. Tom Morello fa letteralmente turntablism con la chitarra: leve, switch, slide, feedback — l’assolo di “Bulls on Parade” è stile DJing travestito da sei corde. I riff sono meno vari, sì, ma volutamente ripetitivi, quasi ipnotici: servono a piantare i testi nella testa.
In questo assetto, Tim Commerford (qui “Tim Bob”) e Brad Wilk giocano più di squadra che di sfondamento: meno fuochi d’artificio rispetto al debutto, più groove, più sostegno. E poi gli episodi che allargano il quadro: la sfuriata punk di “Tire Me” (Grammy come Best Metal Performance), le dinamiche spezzate di “Down Rodeo” con quel finale quasi sussurrato, “Year of tha Boomerang” che fa da ponte con il passato (era già apparsa nel film di John Singleton del ’94).
È il classico “difficile secondo album”? Con i Rage bisogna alzare il grado: difficilissimo. E proprio per questo riuscito. Non ha — e non può avere — l’effetto detonante del primo disco, ma ne conserva energia, groove, urgenza, aggiungendo una dimensione più ragionata, più politica, più stratificata. Sei singoli su undici brani, debutto diretto al numero uno della Billboard 200, nomination ai Grammy: la consacrazione.
Dal vivo, nel ’96, la macchina gira fortissimo anche in Italia: memorabile il passaggio al Sonoria Festival di Milano, molto meno quello mancato al Villaggio Globale di Roma, annullato all’ultimo e rimasto una ferita aperta per chi c’era. Ci sarà tempo per rifarsi con The Battle of Los Angeles, ma quello è già un altro capitolo.
C’è poi il senso profondo di Evil Empire, che va oltre la musica e oltre anche la contingenza del 1996. È un disco figlio di un passaggio storico preciso: la fine della Guerra Fredda, il trionfo apparente del modello occidentale, l’idea — venduta come definitiva — che non esistessero più alternative. In quel vuoto, i Rage Against The Machine fanno l’opposto: rimettono il conflitto al centro. Smontano la narrazione dominante, spostano il mirino dall’“Impero del Male” evocato da Ronald Reagan all’impero reale, quello economico e culturale, incarnato dagli Stati Uniti stessi.
Le canzoni diventano così strumenti di contro-informazione: si parla di imperialismo, di sfruttamento, di manipolazione mediatica, di militarizzazione. Non è solo denuncia, è costruzione di coscienza critica. Il riferimento al confine tra Stati Uniti e Messico, evocato da Zack de la Rocha, è emblematico: mentre un muro cade in Europa, un altro si alza altrove, invisibile ma letale, fatto di politiche, propaganda e violenza sistemica. Evil Empire sta tutto lì, in questa contraddizione e nella sua triste attualità 30 anni dopo.
È un disco che rifiuta la neutralità, che non cerca compromessi e che, soprattutto, pretende attenzione. Non è solo un lavoro musicale: è un manifesto. E come tutti i manifesti, o lo respingi o lo fai tuo. Vie di mezzo, qui, non ce ne sono.
Evil Empire resta lì: un disco meno immediato, più ostico, ma necessario. Un lavoro che non cerca di piacere a tutti, e proprio per questo centra il punto. Se vieni dal rap lo abbracci subito; se cerchi solo il pugno metal del debutto, devi entrarci piano. Ma una volta dentro, è difficile uscirne. E soprattutto: è difficile non sentirne ancora il bisogno oggi.









































