#TellMeRock, i 39 anni di “Kicking Against the Pricks”. La Bibbia secondo la musica di Nick Cave

EDITORIALE – Si fa presto a liquidare “Kicking Against the Pricks” come un semplice “album di cover”. È una definizione comoda, quasi banale: il classico disco che le band realizzano quando le idee scarseggiano o quando la casa discografica bussa per esigere il prossimo prodotto. Forse è andata davvero così anche per Nick Cave and the Bad Seeds. Non lo sapremo mai. Di certo, non ci vengono in aiuto né il web né le biografie cartacee: sulla terza fatica della band australiana si trovano solo poche righe, quasi fosse un episodio minore. “In fondo è solo un album di cover”, dicono.

Eppure, chiunque conosca un minimo la discografia dei Bad Seeds sa bene che le loro non sono mai semplici cover. Già nel disco precedente, The Firstborn Is Dead, con “Wanted Man” di Bob Dylan, avevano dimostrato di trasformare i brani altrui in qualcos’altro: non reinterpretazioni di maniera, ma vere e proprie trasfigurazioni.

Prendiamo “Hey Joe”. La conoscono tutti nella versione del Dio Hendrix, piena di assoli incandescenti. Eppure, in realtà, come già scritto in altre occasioni, Hendrix non ne era nemmeno l’autore. I Bad Seeds la rivoltano come un guanto: niente virtuosismi, niente mariachi allegri alla Willy DeVille, ma una marcia funebre. Già, perché alla fine di cosa parla la canzone, se non di un femminicidio premeditato? Nessun compiacimento rock, ma solo la fredda ombra di un delitto. È questo che fanno Cave e soci: portano le canzoni dentro il loro universo oscuro, privandole della superficie e mettendo a nudo le ossa.

Tra i brani già familiari, per chi ascoltava rock prima del 1986, ci sono “Long Black Veil”, resa celebre da The Band, e “All Tomorrow’s Parties” dei Velvet Underground. E proprio quest’ultima, nelle mani dei Bad Seeds, acquista una tensione e un’epica che la languida, svogliata Nico non aveva nemmeno immaginato.

Il resto della scaletta è un pellegrinaggio musicale che tocca luoghi diversissimi: dal bluegrass progressivo dei Seldom Scene (“Muddy Water”) al blues ruvido di John Lee Hooker (“I’m Gonna Kill That Woman”); dal folk-pop reinterpretato da Tom Jones (“Sleeping Annaleah”) alla penna country di Jimmy Webb (“By the Time I Get to Phoenix”); dalla teatralità scozzese della Sensational Alex Harvey Band (“The Hammer Song”) al melodramma pop di Gene Pitney (“Something’s Gotten Hold of My Heart”).

Ci sono anche un gospel tradizionale (“Jesus Met the Woman at the Well”) e persino un canto popolare russo ottocentesco, “The Carnival Is Over”, che gli Seekers negli anni Sessanta avevano trasformato in una hit internazionale.

Un mosaico di fonti disparate, molte delle quali oggi dimenticate, a meno che non siate settantenni nostalgici delle campagne australiane o dell’Arkansas. Eppure, Nick Cave non scelse questi brani a caso: «Sono state fatte tutte per ragioni diverse. Alcune erano tributi, come quella di Tom Jones. Altre perché non pensavamo fossero mai state eseguite particolarmente bene. Alcune mi avevano tormentato sin dall’infanzia, come The Carnival Is Over, che ho sempre amato»
(Nick Cave)

Ed è qui che entra in gioco il suo talento peculiare: appropriarsi dei materiali altrui e piegarli al suo mondo. Persino quando canta una canzoncina d’amore apparentemente zuccherosa come “Something’s Gotten Hold of My Heart”, Cave la trasforma in un’esperienza ansiogena, dove la dichiarazione romantica diventa ossessione minacciosa.

Lo stesso accade con “The Carnival Is Over”: nella versione Seekers era un brano dolciastro, quasi da innamorati da cartolina. Cave, invece, ne evidenzia la tragedia latente: «Oh amore mio, l’alba sta arrivando / E le mie lacrime sono pioggia scrosciante / Perché il carnevale è finito / E potremmo non vederci mai più». È impossibile pensare che non rientrasse perfettamente nella sua poetica.

La tragedia permea tutto il disco, proprio come nei lavori precedenti e successivi dei Bad Seeds. “Muddy Water”, con il suo scenario apocalittico di fiumi che inghiottono la terra, viene cantata con rassegnazione biblica, come se a parlare fosse un’umanità schiacciata dalla collera di un Dio crudele. Ed è infatti dalla Bibbia, precisamente dal Libro degli Atti, che arriva il titolo del disco: “kicking against the pricks” – “dare calci contro le punte”, ossia ribellarsi invano a una forza superiore. Il Dio di Cave, allora, era quello del Vecchio Testamento: despota, irrazionale, spietato.

Il caso più emblematico resta forse la già sopra citata “Jesus Met the Woman at the Well”. Nella versione tradizionale è un gospel gioioso, che celebra la conversione della Samaritana. Ma nei Bad Seeds la donna non viene salvata: scappa piangendo, terrorizzata da quell’uomo che sa tutto di lei. Un rovesciamento totale: la promessa di salvezza si tramuta in incubo.

Ecco perché “Kicking Against the Pricks” non può essere ridotto a “un album di cover”. È piuttosto un’opera che scava, che svela la disperazione dietro i brani più disparati, trasformandoli in altrettanti frammenti dell’universo “Caveiano”. Un disco che, a 39 anni di distanza, continua a vibrare come un pugno nello stomaco e un calcio – sì – contro qualsiasi illusione di salvezza, sia essa l’amore eterno o la fede religiosa.

Post Scriptum: nella versione CD trovate anche due bonus track. La prima è una monumentale “Black Betty”, dal repertorio di Leadbelly, resa celebre dai Ram Jam ma qui deformata in un rituale voodoo di percussioni, urla e mugolii.

La seconda è “Running Scared” di Roy Orbison. Se la prima avrebbe meritato un posto ufficiale nella tracklist, è perché in quella versione Cave porta il brano ancora più lontano dall’originale, fino a trasformarlo in una visione inquietante e delirante.

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