#TellMeRock, i 42 anni di For Those About To Rock, gli Ac/Dc del dopo Back In Black

EDITORIALE – “Gli Ac-Dc fanno sempre la stessa canzone, ma è una grande canzone!”, affermava in una vecchia intervista il virtuoso chitarrista Edward Van Halen. E’ una definizione che in parte non fa una piega, visto che la ripetitività regna infatti sovrana in tutta la loro cospicua discografia che ha preso le mosse verso la metà degli anni settanta, ma sempre con un tocco di originalità o sperimentazione in stile hard rock.

Così come l’assoluta “rockabbillità” dei testi, spesso e volentieri plateali racconti di sensazionali bevute, avventure sessuali ed esagerate assunzioni di stupefacenti vari. A sentire queste descrizioni, sembrerebbe la fiera della banalità del rock, e invece c’è del genio in questi rocchettari australiani trapiantati a Londra e da lì esplosi in planetario successo. E’ una genialità ben inquadrabile e semplice, ma sufficiente ad inserirli a pieno merito nella storia del rock e può essere descritta così: la musica degli Ac-Dc possiede un assoluto, irraggiungibile senso del tempo, della dinamica e dell’economia musicale.

Ne è dimostrazione lampante For Those About To Rock, album coraggioso pubblicato il 24 novembre del 1981. Coraggioso perché bisogna ammetterlo, dopo il mostruoso e meritato successo di Back in Black non era certo semplice fare uscire sul mercato un prodotto all’altezza di cotanto predecessore. Il fatto è che quando si raggiunge l’apice, dopo, banalmente c’è soltanto la discesa. L’importante è scendere dolcemente mantenendosi il più possibile in quota evitando di precipitare giù a picco, ed Angus & Co ci riuscirono, perché se è vero che il paragone con Back in Black vede soccombere questo sequel, è altrettanto vero che tra questi solchi sono contenuti molti buoni pezzi, due o tre di livello decisamente elevato, ed un gioiello autentico come la title-track, che non esito ad inserire nella Top 10 dei miei pezzi preferiti di sempre della band.

Dopo le campane a morto di Hells Bells toccò ai cannoni prendere il loro posto come momento clou delle esibizioni dal vivo della band, e vi assicuro che sono momenti che non si dimenticano anche a distanza di molti anni, come questo pezzo credo possa dimostrare; quei cannoni accompagneranno i loro concerti da lì in poi. L’impatto col platter, dopo quello dato da una cover abbastanza anonima, era migliorato dalla bellissima foto interna che comprendeva le intere seconda e terza di copertina, e che ritraeva un momento di un concerto in maniera da rendere perfettamente l’atmosfera dell’istante immortalato, dando molto bene l’idea della dimensione live.

Musicalmente poi For Those About To Rock si presentava alla grandissima: la title-track infatti è semplicemente stupenda, un riffone blues ritmato ed ammaliante che poi si evolve nella seconda parte, dopo l’esibizione dei cannoni, in una cavalcata sfrenata e senza limiti, condotta dal solo di Angus e dalla voce al limite di Brian; bellissima, una delle più efficaci canzoni mai scritte dalla band, tanto da valere da sola tutto il disco.

Ad ogni modo c’erano ancora almeno altri tre pezzi da citare assolutamente come Let’s Get It Up -semplice, ma riuscita- e Inject The Venom -più cattiva e graffiante al pari di Evil Walks– ma direi che tutta la prima parte viene trainata dall’opener mantenendosi su livelli più che buoni.

E’ nella seconda che l’album va un po’ a morire, regalandoci brani non certo brutti, ma senza piazzare più il colpo di coda che si attende fino all’ultimo solco e che invece non arriva mai, mettendo in evidenza una diminuita verve compositiva forse troppo sollecitata dal lavoro di scrittura dell’ineguagliabile capitolo precedente della loro storia, lasciando a chi ascolta un senso finale di incompiuto, di disomogeneità che comunque, lo ripeto, è anche generato dal paragone con la magnificenza del precedente lavoro.


Un altro punto a favore di For Those About To Rock è rappresentato dal fatto che questo è l’ultimo buon album prima di un periodo abbastanza buio che li vedrà risorgere -e solo in parte- dopo molti anni con l’uscita di The Razors Edge.

Buono. Non certo il loro lavoro migliore, ma da avere comunque, almeno per la presenza di quel capolavoro che gli dà il titolo.