EDITORIALE – Un brano scritto da Springsteen, ma che nell’immaginario collettivo è diventato di proprietà di Patti Smith, la quale in realtà si limitò a rimodellarlo, cambiando la prospettiva del protagonista da maschile a femminile.
Il Boss aveva originariamente composto Because The Night per Darkness Of The Edge Of Town ed era meno gioiosa e più drammatica, anche se egualmente introdotta quell’inconfondibile e irresistibile attacco al pianoforte.
Non convinto fino in fondo, decise di lasciarlo fuori dall’album e darlo invece a Patti Smith che nel 1978 stava registrando Easter nello studio a fianco. Springsteen l’avrebbe poi interpretata più volte dal vivo, nella sua originale stesura e, infine, catturata anche nel quintuplo Live 1975-85.

Ed è proprio il 3 marzo del 1978 che Patti Smith ha lanciato Because The Night per promuovere il suo terzo album Easter, uscito esattamente 48 anni fa.
Nel suo libro Complete, Patti Smith ha raccontato che la sera in cui finì il testo della canzone, arrivò veramente la chiamata che stava aspettando dal suo innamorato che si trovava a Detroit, quasi a conferma che di giorno le vite condotte separatamente per scelta o per necessità finiscono per diventare accettabili, ma la notte, la notte è fatta per gli amanti.
Venendo al disco, paradossalmente, la meno famosa risulta essere proprio Easter, la title-track. Non è rimasta molto impressa ai posteri forse perché è un po’ ripetitiva, mentre altre canzoni basano tutto un ritmo incalzante, come Ghost Dance.
Sulla scia della poesia si muove Babelogue che fa da introduzione di Rock N Roll Nigger, dall’enorme energia.
“Nel cuore sono un’artista americana e non ho sensi di colpa”, piange mentre la musica e l’energia vanno in un crescendo, prima di schiantarsi su Rock N Roll Nigger. La canzone è entusiasmante e sputa fuoco, un altro grido di battaglia per coloro che si sentono “al di fuori della società”.
L’uso del termine “nigger”, un insulto razziale, si è però rivelato un boomerang. La canzone non fu mai accettata dalla società americana e due anni fa è stata rimossa da tutte le piattaforme. Risulta ancora disponibile nel caso l’intero album venga acquistato digitalmente (o anche fisicamente: dalla tracklist del disco fisico non è stata eliminata).
Nel brano in questione si sente la musicista riferirsi con il termine considerato un insulto razziale a persone come Jackson Pollock, Jesus Christ e Jimi Hendrix. Quella parola viene pronunciata dalla cantautrice non per motivi di discriminazione razziale ma per descrivere uno stato d’animo in cui ci si sente emarginati dalla società, come ebbe modo di spiegare. Nelle note di copertina, Patti Smith scrisse all’epoca: «Nigger non è stata scelta per il colore (della pelle) […]. La parola […] deve essere ridefinita: tutti i mutanti e i neonati nati senza sopracciglia e tonsille… ogni uomo che si estende oltre la forma classica è un negro». La poetessa rock ha difeso il suo personale uso della parola razzista, spiegando che per lei non è affatto razzista nella sua accezione, nel senso che lei la utilizza non per discriminazioni legate al colore della pelle. Motivazioni che non hanno retto davanti nell’era del Black Lives Matter.
Frequenti sono le parti recitate nelle canzoni della Smith, per il suo forte legame con la letteratura, ad esempio troviamo il parlato in Privilege (Set Me Free) dove comunque si combina uno stile rock, ma anche in We Three. Rock puro sono poi 25th Floor & High On Rebellion.
Il rock & roll crea un contesto perfetto per Patti Smith, che ha ridotto ma non abbandonato i monologhi che troppo spesso caratterizzano i suoi spettacoli dal vivo e ha quasi rovinato gran parte del precedente Radio Ethiopia. La band è ora lo strumento ideale della sua visione: le campane di Easter sono un’invocazione sia della chiesa che di una produzione di Phil Spector, sacro e profano. All’interno di una tale struttura, Patti Smith può ringhiare come Jim Morrison (Space Monkey), praticare il suo canto iniziatico (Ghost Dance) o fare le fusa (We Three).
Soprattutto, l’approccio chiaro di Easter consente finalmente a Patti Smith di essere qualcosa di più della grande speranza femminile del rock & roll. La “sacerdotessa del punk”, come era definita, è stata dannata o lodata sui termini di ciò che la gente pensava che rappresentasse. Con questo album si ha una visione più definita di lei e di quel che vuole comunicare. Easter ci dice che è davvero una visionaria, e queste canzoni sono l’espressione più coerente di quella visione; sono più sensate della maggior parte della sua poesia o di una qualsiasi delle sue canzoni precedenti.









































