EDITORIALE – 6 Maggio 1976. Gli Aerosmith sono nel pieno della loro ascesa: fame, eccessi, talento smisurato e una reputazione ormai esplosa in tutti gli Stati Uniti.
Dopo il successo monumentale di Toys in the Attic, il quintetto di Boston torna con un album ancora più sporco, duro e viscerale.
Rocks, quarto lavoro in studio della band pubblicato dalla Columbia Records, non è soltanto un classico dell’hard rock: è il punto esatto in cui gli Aerosmith diventano leggenda.
Registrato tra Waltham e New York sotto la produzione di Jack Douglas insieme alla band stessa, il disco condensa tutto ciò che gli Aerosmith erano in quel momento storico: sensualità tossica, blues urbano, riff assassini e una carica rock’n’roll praticamente incontrollabile. Nove tracce, poco meno di trentacinque minuti, nessun riempitivo.
Il suono di “Rocks” è probabilmente il più duro mai inciso dalla band negli anni Settanta. Hard rock, blues rock e venature heavy metal convivono in un equilibrio perfetto, influenzando intere generazioni future.
Non a caso il disco entrerà nella classifica dei 500 migliori album di tutti i tempi stilata da Rolling Stone, conquistando la posizione numero 176. E la sua influenza sull’hard rock americano sarà enorme: musicisti come Slash dei Guns N’ Roses e i Metallica citeranno apertamente “Rocks” come uno dei dischi che hanno cambiato il loro modo di intendere il rock.
E basta ascoltare l’apertura di Back in the Saddle per capire il motivo.
Il pezzo parte lento, minaccioso, quasi animalesco, prima di esplodere nella performance gigantesca di Steven Tyler. Il riff è una frustata, il groove è osceno nel senso migliore del termine e il ritornello entra in testa immediatamente.
Subito dopo, Last Child mostra il lato più funky e stradaiolo della band: un mid-tempo sudato, dinoccolato, perfetto per raccontare l’anima metropolitana degli Aerosmith.
Poi arriva Rats in the Cellar. Ed è il caos totale.
Boogie violentissimo, ritmo impazzito, energia pura. È rock’n’roll lanciato a velocità criminale sulla scia di Mama Kin. Una delle tracce più devastanti mai registrate dal gruppo.
La successiva Combination rallenta leggermente i giri ma aumenta il peso specifico del disco, mentre Sick as a Dog gioca con gli equilibri interni della band: Tom Hamilton passa alla chitarra, Joe Perry si occupa della ritmica e Tyler addirittura dell’assolo di basso. Una follia creativa che funziona alla grande.
Nella parte finale del platter il disco si fa ancora più oscuro. Nobody’s Fault è un racconto apocalittico ispirato — secondo Tyler — a un terremoto in Nicaragua: inizio cupo, tensione crescente e poi un’esplosione heavy impressionante per l’epoca.
Get the Lead Out trasuda invece funk e attitudine da strada, anticipando molte soluzioni che saranno riprese negli anni successivi dagli Extreme e da buona parte dell’hard rock americano anni Ottanta.
Con Lick and a Promise torna il lato più casinista della band, impreziosito dal celebre trucco delle “comparse” reclutate dalla strada per simulare il delirio di un pubblico live.
Infine c’è Home Tonight, splendida ballad malinconica che chiude il disco mostrando il lato più emotivo e vulnerabile del quintetto. La voce di Tyler qui è semplicemente perfetta.
“Rocks” non contiene forse hit radiofoniche gigantesche come quelle di Toys in the Attic, ma è il disco che definisce davvero gli Aerosmith. Quello che li consacra come “America’s Greatest Rock’n’Roll Band”. E soprattutto quello che dimostra come, nel 1976, nessuno negli Stati Uniti sapesse incarnare il rock sporco, sensuale e pericoloso meglio di loro.










































