#TellMeRock, i 57 anni di Fresh Cream, l’esordio che cambierà per sempre il rock

EDITORIALE – Leggende viventi come i Black Sabbath li hanno sempre indicati tra le loro influenze primarie, dichiarando addirittura di essere nati col sogno di diventarne gli eredi; ci saranno dunque parecchi motivi per i quali gli inglesi Cream, sorti attorno al 1966, vengono considerati tra i maggiori innovatori del rock, capaci di rivisitare diversi stili e arrangiamenti del jazz e del blues e indirizzando la propria musica verso una direzione chiara e significativa.

Infatti va detto che con Fresh Cream, pubblicato il 9 dicembre del 1966, siamo veramente all’alba del rock moderno: il suono e l’approccio sono arcaici e classicissimi, e non sarà difficile imbattersi in quegli elementi capaci poi di influenzare parecchie band di valore: il focus sulla chitarra di Eric Clapton è d’obbligo, con le melodie nitide, capaci di trasportare in una dimensione fatata e quasi visionaria, e gli assoli caldi sempre in primo piano; il tocco del grande musicista di Ripley, poco più che ventenne, garantiva alla sua band un aplomb elegantissimo e fine, scandito da ritmi lenti e ovattati, forse non sempre trascinanti come potremmo interpretarli oggi, né tantomeno radiofonici o semplici da orecchiare. Generalmente le composizioni sono molto brevi e filiformi nella struttura, semplici nel canovaccio ma basate sul ruolo edulcorato e sopraffino delle sei corde, tese ad accompagnare le discrete linee vocali portanti, le quali alternano momenti più convincenti ad altri dal profilo più basso: il tono utilizzato da Jack Bruce è compassato, la matrice, ancora una volta, jazz-blues; ordinato ma a tratti fantasioso è il lavoro di Ginger Baker dietro alle pelli: il batterista si produce in qualche sfumatura particolarmente articolata per l’epoca, suonando come un precursore.

Tuttavia è sempre la chitarra lo strumento che resta centrale: l’influenza hendrixiana aveva da poco varcato l’Atlantico, e nuovi profeti della distorsione stavano ponendo le pietre miliari del rock, attraverso suoni e canzoni primigeni e seminali; lampi di sperimentalismo si odono in alcune canzoni dotate di ampi frammenti strumentali, tesi ad approfondire il discorso musicale senza limitare il raggio d’azione dei musicisti.

La prima canzone composta dalla band, I Feel Free, apre il disco con la sua atmosfera inizialmente pacata ed onirica, facendosi poi più aggressiva nel vocalism, supportato da cori soavi.

 N.S.U. poggia su una sezione ritmica più tosta e su un solo morbido e trepidante di Clapton.

le esili e pregevoli carezze del chitarrista creano un flavour rilassato e da piano bar, molto raffinato nella “soave” Sleepy Time Time.

Invece una linea vocale quasi beatlesiana, dai toni soffusi ma celebre nel suo andazzo, rende piacevolissima la successiva Dreaming.

Decisamente più pimpante è il mood di Sweet Wine, che col suo lungo guitar solos sembra rammentarci quelle origini dalle quali in tanti hanno preso spunto, compreso un certo Tony Iommi, per le proprie tentazioni metalliche.

L’ondeggiante Spoonful è una cover di Willie Dixon (1960), a sua volta basata su una composizione risalente addirittura al 1929: il pezzo è accompagnato dall’armonica e dalle consuete stilettate chitarristiche, ancora primarie nella strumentale Cat’s Squirrel. Qui le sei corde si incrociano a più riprese con la stessa armonica, mentre si coglie una certa ricerca progressiva nel drumworking.

Superata un’altra cover come la saltellante Four Until Late (dell’artista blues Robert Johnson, 1937) – al tempo era prassi infarcire i dischi di ri-arrangiamenti e riproposizioni di brani parecchio datati- si giunge a Rollin’ and Tumblin, un classico del blues, composta per la prima volta nel 1929 e ripresa da svariati artisti; i Cream la eseguono con grande dinamicità, una ritmica veloce ed incalzante, assolutamente inedita per l’epoca.

I’m So Glad, la cui versione più celebre resta forse quella dei Deep Purple, risale al 1930 e presenta un chorus piacevole e conosciuto, in corrispondenza del quale le trame strumentali si fanno più robuste; un’altra strumentale.

Toad, spicca per il prolungatissimo assolo di batteria, tipico di un’epoca che non c’è più e forse noioso, se ascoltato ai giorni nostri, ma sicuramente capace di dimostrare la ricerca tecnica perpetuata dalla band britannica, la quale inserisce in scaletta anche The Coffee Song, sostenuta da linee vocali tradizionali e positive.

Va detto che esistono diverse versioni del disco, così che la tracklist potrebbe subire degli smottamenti nell’ordine delle canzoni a seconda dell’edizione posseduta. Come debutto, Fresh Cream è parecchio significativo, anche se la band toccherà in seguito vertici ancor più elevati: esso annette a sé tutte le peculiarità attraverso le quali i Cream fungeranno da pionieri di qualcosa di nuovo, di innovativo, radicato nel blues ma sospinto, attraverso l’energia della chitarra, verso lidi sempre più rocciosi e spinti.