#TellMeRock, i Blur e i trent’anni di Parklife in viaggio tra pop e brit rock

EDITORIALE – Trent’anni di tradizione pop condensati in sedici tracce: tredici delle quali eccellenti, due autentici capolavori, una mediocre…risultato? Un album imprescindibile per gli amanti della popular music.

Lanciato dai singoli spaccaclassifiche Girls & Boys Parklife, quest’ultima arricchita dal guest talking in puro accento cockney di Phil Daniels (attore protagonista nel film Quadrophenia – the Who), l’album, Parklife appunto, pubblicato in Inghilterra il 25 aprile e in Italia il 29 aprile del 1994, è un susseguirsi di citazioni e rimandi al passato riletti sapientemente dai Bluruno sforzo tecnico e creativo non indifferente per uno dei tre dischi cardine del movimento brit pop e non solo.

Per la celebre Girls & Boys, Damon Albarn dichiarò che l’ispirazione per la composizione del brano gli venne a Magaluf, in Spagna, dove era in vacanza con la fidanzata Justine Frischmann. Albarn disse che la città aveva “dei nightclub proprio pacchiani in stile Essex” e un costume sessuale molto aperto. Nella canzone confluiscono elementi pop ed elementi dance. Il batterista Dave Rowntree fu rimpiazzato nella versione studio da una drum machine. Anche se, come tutti i brani, è accreditato a tutto il gruppo, Albarn compose e scrisse il brano per intero.

Tornando alla storia del pop presente nel disco, in Bank Holiday ad esempio, sostenuta da un forsennato quanto abile drumming di Dave Rowntree, si materializzano Sex Pistols e Buzzcocks nelle chitarre velenose di Coxon.

in Trouble in The Message Centre i Jam duettano con i Damned su di un riff tastieristico molto Human League, mentre i gioiellini London Loves e Tracy Jacks fanno rivivere gli Xtc dei primi tre album.

Beatles e Kinks ovviamente pervadono il disco nella sua totalità, in maniera ancora più smaccata negli intermezzi strumentali come lo pseudo-valzer The Debt Collector, la conclusiva Lot 105 è un divertente esercizio ska.

Badhead una melodia sopraffina di scuola Postcard su cui il cantato di Damon Albarn si distende delicatamente; in Far Out -la voce solista è del bassista Alex James– un elenco di nomi senza nessun apparente significato riporta alla mente il nonsense in musica della Sun King di Abbey Road.

In Magic America il protagonista del testo è tal Bill Barret, forse un omaggio all’icona Syd Barrett, ma solo sulla carta, dal momento che il brano è un onesto pop con nulla di psichedelico se non un finale che potrebbe vagamente ricordare il pifferaio Syd.

Sulla stessa falsariga Clover Over Dover, frizzante pop vagamente Morrissey, sostenuto da un ingegnoso lavoro di chitarra di Graham Coxon.

I due capolavori del disco sono senza ombra di dubbio This is a Low, uno slow tempo di grande tensione emotiva, impreziosito da uno sporco solo chitarristico di Coxon re incontrastato per gli amanti dell’antivirtuosità; e To the End, profumo nouvelle vague per una disincantata ballad quartetto d’archi e accordion nella quale è ospite alla voce Laetitia Sadier della band di culto Stereolab, l’egoismo uccide l’amore e le liriche di Albarn sanguinano sofferenza e rimpianto: ne verrà registrata anche una versione cd single con la chanteuse francese Francoise Hardy. Il booklet del cd con testi ed accordi per chitarra è la ciliegina sulla torta di un lavoro imperdibile, l’opera pretenziosa di una band che in cinquanta minuti pretende di condensare con freschezza e credibilità tre decenni di tradizione musicale, ed alla fine ci riesce davvero.