#TellMeRock, i cinquant’anni di Pearl, il diario di Janis Joplin diventato testamento

EDITORIALE – A dichiarare l’ambizione che sottende Pearl, che è quella di sottrarre Janis Joplin agli stereotipi delle r’n’b senza farla ricadere in quelli dell’acid dock, è la ballata country Me & Bobby McGee.

La più famosa canzone sul tema dell’autostop e l’unico Number One della Musa del Rock, purtroppo postumo, secondo Numero Uno postumo della storia delle classifiche americane del 1970 dopo (Sittin’On The) Dock Of The bay di Otis Redding.

E’ una ballata acustica molto più rassicurante delle odissee di ritmo cui ci aveva abituati Janis, un cammino dove i sapori del folk e del country potrebbero tranquillizzare. Non è così.

In primo luogo perchè la Joplin arricchisce di pathos rock e di drammaticità un racconto non suo ma di Kris Kristofferson; in seconda battuta perchè, lungo la strada fotografata dalla canzone, Janis ha veramente perso qualcosa e qualcuno.

Quando canta Freedom is just another word for nothin’left to lose, (Libertà è un altro modo per dire che non hai niente da perdere), canta davvero la sua vita. Aveva rincorso il successo disperatamente per sentirsi amata e accettata, e ora che l’aveva raggiunto aveva capito di aver guadagnato molte cose, ma di aver perso la libertà di essere se stessa fino in fondo.

Ecco perchè amava così tanto Me & Bobby McGee, perchè è una canzone che racconta la perdita dell’innocenza, dell’amicizia e dell’amore, somewhere near salinas, “da qualche parte vicino a Salina”.

La storia è molto nota: Bobby e la protagonista viaggiano insieme per le strade d’America facendo l’autostop, con Bobby che canta il suo blues, lei che suona l’armonica e il tergicristallo che scandisce il tempo. Una storia d’altri tempi, quando a fare l’autostop non si rishiava di perdere la vita, semmai di trovarla.

Nella versione originale di Kris Kristofferson,Bobby era una donna. Janis Joplin cambiò il sesso per ovvie ragioni, ma non il nome. In fondo, Bobby, va bene per tutte le stagioni.

Pearl, che proprio l’11 gennaio scorso ha compiuto cinquant’anni, è un diario pieno di ironia, amore e sogni di una Janis Joplin in piena vena creativa. Confusa e felice, paragrafando Carmen Consoli, ma che allo stesso tempo non riesce a liberarsi della sua aurea malinconica e ribelle.

A sottolineare lo spirito singolarmente lieve e persino scherzoso di Pearl, ci pensa la preghiera a cappella di Mercedes Benz, dove chi canta invoca il Signore di regalarle una bella auto, o almeno un televisore a colori, o come minimo di offrirle da bere.

Non mancano i riferimenti legati ai movimenti della musica black americana, come gli splendidi esempi di Cry Baby (da Garnett Mimms), e i riferimenti pop and soul di Ball and Chain (da Big Mama Thornton) e Woman Left Lonely (siglata Penn/Oldman).

My Baby potrebbe essere il più pragmatico dei gospel, mentre Half Moon è una Respect di Aretha Franklin quasi al rovescio.

Ma c’è posto anche per le serenate su cui sciogliersi, ed è il caso di Trust Me, regalo di Bobby Womack a Janis Joplin, e dei blues in vecchia chiave “sudista” quale è Get It While You Can.

Janis Joplin finì queste registrazioni tutte nel settembre del 1970. Il 4 ottobre dello stesso anno verrà trovata morta nella stanza del “Landmark Motor Hotel” di Los Angeles, proprio nel giorno in cui il disco doveva essere terminato.

Pearl verrà pubblicato appunto l’11 gennaio del 1971, ed è considerato dalla rivista Rolling Stones al numero 125 della lista tra i migliori album 500 album della storia della musica.