#TellMeRock: i Nirvana, il loro mitico Unplugged e il saluto di Kurt Cobain

EDITORIALE – Se per punk si intende, più che uno stile musicale, un’attitudine, ebbene, l’album più punk di Kurt Cobain e soci è di gran lunga quello più quieto.

La standardizzazione del grunge viene rigettata in maniera più radicale possibile: spegnendo gli amplificatori. Ciò che prima era graffito di linee spezzate e cromatismi aspri è ora un delicato acquerello in cui alle chitarre acustiche di Cobain e del nuovo arrivato Pat Smear (già con i Germs), spesso si aggiunge il violoncello di Lori Goldston e, in una circostanza, una fisarmonica.

 MTV Unplugged in New York è il primo album “postumo” dei Nirvana, pubblicato il 1º novembre 1994. Si tratta della registrazione del concerto acustico tenutosi il 18 novembre 1993 per la celebre serie Unplugged di MTV.

La sessione acustica parte con la bellissima About A Girl la quale, nel 1987, rappresentò la quiete prima della tempesta grunge, ovvero due anni prima del debutto dei Nirvana con Bleach. Kurt Cobain ha passato tutta la notte ad ascoltare l’album Meet The Beatles! e vuole scrivere una canzone d’amore semplice e lineare, magari per Tracy Marander, la sua fidanzata che si lamenta sempre perché lui non ha un lavoro, perché non pulisce casa e perché  è tanto disordinato, ma, quando lui le risponde che potrebbe anche trasferirsi in macchina e dormire lì per un po’, lei smette di litigare, sorride pure e gli chiede: “Perché non hai ancora scritto una canzone su di me?” Questa è la volta buona.

Il brano è quanto di più simile a una canzone d’amore tradizionale che Kurt Cobain abbia mai scritto e scriverà mai. E’ per questo che due anni dopo, quando si stanno decidendo le canzoni per l’album d’esordio, Kurt non vorrebbe inserirla. Come dichiarerà nel 1993 a Rolling Stone, “era rischioso scrivere una pop song alla R.E.M. in un contesto grunge come quello dei Nirvana”. Ma il brano piaceva moltissimo a Jack Endino, produttore della band e così alla fine Kurt cedette.

Mancava il titolo però. Prima di farla ascoltare ai ragazzi della band, il batterista Chad Channing chiese: “di cosa parla?”. E Cobain rispose: “It’s about a girl”. Ecco il titolo, Tracy Marander seppe che il brano era dedicato a lei solo quando uscì la biografia dei Nirvana, Come As You Are, nel 1993.

La session unplugged prosegue poi con la celebre Come As You Are, secondo singolo estratto da Nevermind e, in tutti i sensi, testamento ideale di Kurt Cobain, se alle porte della sua città natale, Aberdeen, nello Stato di Washington, hanno piazzato un cartello che dice “Welcome to Aberdeen. Come As You Are (Benvenuto ad Aberdeen. Vieni come sei). Grandissima canzone. Da brividi, soprattutto nella versione Unplugged, il passaggio dove dice: “And I Swear that I don’t have a gun (e giuro di non avere un’arma), e pensare a come poi, purtroppo, Cobain si tolse la vita.

Il brano presenta notevoli somiglianze con Eighties, un pezzo dei Killing Joke del 1985; questa è la ragione per cui i Nirvana non erano troppo entusiasti dell’idea di pubblicarlo come singolo, preferendo In Bloom. I Killing Joke non la presero bene, ma cercarono di adottare un atteggiamento conciliante. Fecero scrivere all’editore dei Nirvana dal loro produttore e non gradirono affatto la risposta.

Come ha ricordato il chitarrista dei Killing Joke, Geordie Walker: “Scrissero semplicemente che non sapevano neppure chi fossimo. Ma se non ci conoscevano, perché ci avevano spedito pochi mesi prima gli auguri di Natale?”. A questo punto la storia si fa oscura: alcune fonti riportano che i Killing Joke fecero causa, ma la ritirarono dopo la morte di Cobain, altri che lasciarono perdere sin dall’inizio. Poco importa, quel che resta è, per fortuna, un grandissimo brano e, per disgrazia, un testamento.

The Man Who Sold the World è un brano musicale scritto dall’artista inglese David Bowie, ottava traccia dell’album omonimo del 1970. La sua cover più celebre è probabilmente quella acustica registrata nel 1993 proprio dai Nirvana nel programma MTV Unplugged e che si trova al primo posto nella classifica delle 50 migliori cover di tutti i tempi stilata nel 2009 dalla rivista musicale Spin, con la seguente motivazione: «La voce sofferente di Kurt Cobain nella versione unplugged dei Nirvana di questa melodia cosmica di Bowie del 1970 appare ancora più inquietante dopo che la canzone è diventata un classico del rock postumo».

All Apologies, estratta da In Utero, voleva essere due cose: una canzone d’amore e una via di fuga. Alla fine, per un bizzarro scherzo del destino, finì per diventare l’involontaria ammissione di colpa di un uomo che si era tolto la vita rendendo meno bella quella di numerosi fan dei Nirvana.

Quando Kurt Cobain la scrisse, si rese subito conto, e con lui i ragazzi della band, di avere tra le mani un gioiellino diverso dagli altri; una prima versione era già pronta nel 1990, con un demo registrato il 1°gennaio 1991, perché gli artisti non riposano neanche a Capodanno. La prima versione era ancora più intimistica e folk, con Dave Grohl al tamburino e Krist Novoselic alla chitarra invece che al basso. Quando la registrarono in via definitiva, il 14 febbraio 1993, con il titolo provvisorio di La La La, pensarono che sarebbe stata la via di fuga giusta – nella sua dolcezza da ballata – in un album duro come In Utero.

Come ha sintetizzato il bassista dei Nirvana, chi ascoltava In Utero avrebbe scoperto, dietro al suono abrasivo delle canzoni, anche uno dei migliori brani degli anni ’80.

Kurt la compose pensando alla compagna Courtney Love e alla figlia Frances Bean, anche se il testo non ha niente a che vedere con la famiglia, anzi contiene un verso ambiguo , là dove si dive sposato, seppellito.

Al concerto di Reading del 1992, prima di eseguirla dal vivo (all’epoca era ancora inedita), Cobain chiese al pubblico di urlare “Courtney, we love you”. Era stata accusata di aver fatto uso di eroina durante la gravidanza. Curioso notare come nella versione in studio da In Utero Cobain canta come verso finale all in all is all we are (alla fine è tutto ciò che siamo), mentre nell’Unplugged  In New York, canta all alone is all we are (completamente soli è tutto ciò che siamo): triste presagio, forse involontario, della morte che si avvicinava, decisione presa in totale solitudine.

Nell’Mtv Unplugged viene proposta anche la celebre Polly, la quale insieme con About a Girl e Been a Son, è una delle prime incursioni del chitarrista-cantante Kurt Cobain nella composizione di testi pop. Intitolata originariamente Hitchhiker e poi Cracker, fu rinominata Polly nel 1989. Fu esclusa dall’album d’esordio dei Nirvana, Bleach (1989), perché Cobain riteneva non fosse coerente con il suono pesantemente grunge che all’epoca contraddistingueva il gruppo. La canzone comparve due anni più tardi nell’album Nevermind, e nel 1994 nell’album dal vivo acustico MTV Unplugged in New York (dal quale viene estratto il singolo), e rimase uno dei pezzi base eseguiti dal gruppo fino alla morte di Cobain (e lo scioglimento della band) nell’aprile 1994.

Secondo la biografia dei Nirvana, scritta da Michael Azerrad, la canzone fu ispirata ad una vicenda realmente accaduta. Una ragazza americana di 14 anni dopo un concerto punk rock, fu rapita da un pedofilo recidivo, Gerald Arthur Friend, che la torturò e la stuprò per due giorni. La ragazza riuscì a scappare, approfittando della distrazione di Friend che era intento a fare rifornimento di carburante. Friend venne successivamente arrestato e incarcerato.

Nel testo, scritto da Cobain, la ragazza riesce a scappare solo dopo aver guadagnato la fiducia dello stupratore, per aver finto di provare piacere, cosa che invece non avvenne nella realtà. Con un intuitivo cambio di prospettiva, Polly è scritta dal punto di vista del criminale, che in alcuni passaggi sembra cercare di giustificare l’efferratezza delle sue azioni. Nel 1991 la canzone venne cantata da due stupratori, che probabilmente si erano ispirati a quanto narrato nel libro Arancia meccanica, durante le loro violenze a danno di una ragazza. I Nirvana si dovettero quindi difendere dall’accusa di incitare gli stupratori, cosa che fecero energicamente, spiegando che il brano è invece una ferma accusa a tale riprovevole atto.

La frase “Polly wants a cracker”, riferita a un pappagallo di nome Polly, è una frase tipica nella cultura anglosassone dalla prima metà del XIX secolo, presente anche nel libro Pet Sematary di Stephen King del 1983.

E’l’album con il lato più sentimentale espresso dai Nirvana, un concentrato di emozioni e visioni, anche tristi, che aprono un mondo nella sfera duttile e innovativa della band di Kurt Cobain. Su un palco senza paure e con emozioni da donare, i Nirvana si raccontano e mostrano per ciò che sono, senza amplificazioni o ruvidità, ma con cuore, grinta e passioni.

L’ultimo dono di Cobain alla musica… non solo ai suoi fans