#TellMeRock, i quarant’anni di Private Dancer, il riscatto umano e discografico di Tina Turner

EDITORIALE – Se c’è un concetto che riassume tutta la parabola della compianta Tina Turner, iniziata nei campi di cotone di Nutbush, Tennessee, passata attraverso il matrimonio tossico con Ike Turner fino ad arrivare al successo globale come rock star 40enne felicemente risposata e spiritualmente realizzata, la parola è redenzione. Quella redenzione che è sempre stata alla base del gospel, la radice della musica soul, che ha infervorato le prediche nelle Chiese della domenica e nei discorsi politici del reverendo King: la fede che per quanti peccati e dolori ci siano in una vita, tutto questo un giorno troverà una conclusione. La redenzione che mostra come anche una cantante bullizzata e prigioniera di una partnership infernale, un giorno potrà trovare il suo riscatto. Potrà chiudere una prima vita, e iniziarne una seconda, di cui la prima sarà solo un lontano ricordo.

E se c’è un momento emblematico dell’inizio della seconda vita di Anne Marie Bullock, è un giorno di novembre del 1977. Il luogo, il tribunale civile di Los Angeles. È il giorno in cui finalmente arriva di fronte al giudice la pratica di divorzio chiesto un anno prima, dopo la fuga dal marito Ike in una notte in Texas, il vestito sporco di sangue e senza un soldo in tasca.

Quello è il giorno in cui, pur di troncare qualsiasi legame col passato, rinunciando alle molte cose che aveva in comune con l’uomo che le aveva reso la vita impossibile, fa una scelta radicale: «Non voglio nulla, solo poter mantenere il mio nome d’arte». Quel nome che Ike aveva depositato con un copyright per poterla eventualmente sostituire nella Revue. Quel nome – anche quello! – di sua proprietà. È il giudice, colpito dal fatto che lei rinunci a tutto, a decidere. In aula, Tina guarda Ike e gli dice «mi hai dato tu questo nome, guarda cosa ne farò io ora».

È il primo passo verso una nuova vita, una nuova carriera, che la porterà sette anni dopo a quel “Private Dancer”, pubblicato il 30 maggio 1984, che la incoronerà regina del rock e venderà 20 milioni di copie. Ma per arrivarci la strada sarà ancora lunga e dovrà lottare con le unghie, nessuno le regalerà nulla. Oltre a un bel disco, quindi, questa è la storia di una rinascita quando tutto sembrava perduto, e di quanto può esser dura la risalita. Che fantastica storia è la vita.!

La traccia che porta il titolo del disco è stata uno dei maggiori successi di Tina Turner e venne scritta dall’allora leader dei Dire Straits Mark Knopfler.

Nel settembre 1982, la band pubblicó l’album “Love Over Gold” che aveva quali singoli di maggiore forza “Private Investigations” e “Industrial Disease”. Secondo quanto riportato nella autobiografia di John Illsley, My Life in Dire Straits’, Mark Knopfler scrisse un canzone intitolata “Private Dancer” che però non trovò posto nella tracklist di “Love Over Gold”.

Ha scritto Illsley nel suo memoir: “Una canzone che alla fine non è entrata nell’album è stata “Private Dancer“, principalmente perché, giustamente, Mark decise che dovesse essere cantata da una donna. Le parole ‘I’m your private dancer, a dancer for money, I’ll do what you want me to do’ non suonavano bene in bocca a Mark! Finì per darla a Tina Turner, con risultati spettacolari.”

Ha riportato ancora l’ex bassista dei Dire Straits: “In segno di gratitudine per la canzone, Tina chiese alla band di registrarla con lei in uno studio a nord di Londra, fu una gioia trascorrere la giornata con lei. È improbabile incontrare una donna più adorabile sulla scena musicale e il suo entusiasmo è tanto più contagioso e impressionante con tutte le sofferenze che ha dovuto sopportare nella sua vita privata”. Illsley disse che la performance vocale di Tina Turner fu incredibile, il solo di chitarra del brano è di Jeff Beck e non di Mark Knopfler che non partecipò alla seduta di registrazione.

Alla Turner piaceva moltissimo “Private Dancer“, come scrisse Illsley: “Le piacque così tanto “Private Dancer” che dette il titolo al suo album”. Illsley ha detto che i membri dei Dire Straits erano felici quando la canzone è diventata un enorme successo per la Turner.

Pensato, registrato e mixato in sole due settimane per 150mila dollari di costo, “Private Dancer”, scrive Carlo Massarini, “è come un commando istruito in fretta e mandato a conquistare il mondo. Un disco in cui si mischiano hi-tech e rock duro, melodie seduttive e arrangiamenti innovativi. Ci sono canzoni molto diverse nel disco, una varietà – come è stato scritto – «che può parlare a un camionista sulla strada per l’Alaska come a una donna ai fornelli in una casa suburbana inglese», ma quello è il suo pregio, piacere a più gente possibile.

Il collage è tenuto insieme quella voce così sexy e potente, così personale e riconoscibile, soul e classe insieme che Tina, splendida 44enne, ha maturato in pieno. Donna incredibilmente forte e tenace, una che il piano di ripresa e resilienza se l’è vissuto sulla propria pelle, trovando anche alla fine in un discografico tedesco più giovane di lei, Erwin Bach, un soul mate, l’amore (vero) della sua vita.

La connection decisiva è con Terry Britten, che ha una canzone scritta col suo partner Graham Lyle, “What’s Love Got To Do With It”. È una canzone pop, Tina la odia, non ne vuol sapere: «Non mi piacciono le tue canzoni, troppo pop, non sono abbastanza toste». «Beh, possiamo cambiarla un po’», risponde in modo accomodante Britten di fronte al suo idolo. Nel doc “Tina”, si vede come fianco a fianco, in studio quel folletto «le cui gambe non arrivano neanche a terra e penzolano dalla sedia» la incoraggi, si mettano a fare una corsetta sul posto, e a poco a poco Tina trovi il passo giusto, alzi l’intonazione, cominci a sentirla sua.

«Che cos’ha a che vedere l’amore con tutto questo?
Cos’è l’amore se non una emozione di seconda mano?
Che cos’ha a che vedere l’amore con tutto questo?
Chi ha bisogno di un cuore quando un cuore può andare in pezzi?»

Tina trasforma il pop in soul, delle frasi carine in sentimenti profondi, la sua voce rauca sa di sofferenza, di sfiducia nell’amore. «Non ho avuto un amore genuino in tutta la mia vita». Come darle torto? Quando vieni da una vita in cui l’amore era non-amore, la sola evocazione ti lascia ferita. Non sarà l’unico brano del disco che sembra adattarsi perfettamente a lei, come se fosse una cantautrice che si racconta. Non a caso, sarà anche il titolo del suo biopic. È il pezzo che arriverà, unica volta nella sua carriera, al #1 americano, e trainerà tutto l’album.

Nella biografia “I, Tina”, racconta che negli ultimi anni prima della separazione ha visto spesso delle chiromanti, che nonostante il suo presente buio le hanno sempre predetto un futuro luminoso, e da sola. Ma quello con Carol Dryer è un incontro ad altro livello. È una medium, e le racconta cosa è andato storto nella sua vita da un punto di vista karmico. Le parla di una sua incarnazione precedente, quella della Regina egizia Hatshepsut, figlia del Faraone Thutmose I, che sposò il fratellastro destinato a regnare per otto anni come Tuthmose II: alla sua morte, è stata la reggente del trono con Tuthmose III, ai tempi un bambino. Ma è anche una regina guerriera, che comandava il suo esercito in battaglia, e Tina vede nella sua figura una metafora della sua vita: «Carol mi disse che Hatshepsut aveva preso il trono del fratello perché era molto perverso, e sapeva che avrebbe distrutto l’Egitto. Ma che non avevo nessun diritto di prendere il suo trono – nessuno ha il diritto di prendere nulla da nessuno – e che dovevo rivivere il rapporto in questa vita e pareggiare i conti. Ike era il fratello, e questa volta dovevo lasciare che distruggesse il suo impero, che è quello che ha fatto. E lui mi aveva torturato come io avevo torturato il mio fratellastro nell’altra vita. Quando mi ha raccontato tutto questo ho cominciato a piangere, ma sapevo che avevo vissuto il mio dolore e che le vite con lui erano finite. Anche se la mia vita – lei diceva – aveva ancora molto da dire».

Quando Tina ascolta il demo di “I Might Have Been Queen” gli occhi le si riempiono di lacrime. È la storia della sua vita, dai campi di cotone all’antico Egitto, luogo che per anni l’aveva emozionata, senza mai capire perché:

«Avrei potuto essere una regina
Ricordo la ragazza nei campi senza nome
Aveva un amore
Ma il fiume non si fermerà per me
Guardo verso le stelle con la mia memoria perfetta
Ho vissuto attraverso tutto questo, e il mio futuro non è uno shock per me
Guardo giù, ma non vedo una tragedia
Guardo verso il mio passato, il mio spirito che corre libero
Guardo giù, e sono nella storia
Sono una sopravvissuta dell’anima».

Ci sono altre cover importanti nell’album: la fantastica “I Can Feel the Rain”, un hit soul di Ann Peebles, stessa scuola di Al Green, una “1984” del Bowie di “Diamond Dogs” e una versione lenta, piena di soul e di significato di “Help” dei Beatles. Sull’edizione del trentennale ci sono anche tutti i brani che aveva inciso, senza pubblicarli, con la supervisione di John Carter.

Un finale felice di una storia pazzesca. Quando è uscito “What’s Love Got To Do With It”, il biopic sulla sua vita, ha fatto conoscere ancor di più questa saga di riscatto e redenzione: «Io, una piccola ragazza dai campi di cotone del Tennessee, seduta su quella che sembra la cima del mondo. Mi hanno aiutato tanti lungo la strada, ma il vero potere dietro qualunque successo io abbia adesso è qualcosa che ho trovato dentro di me, qualcosa che è in tutti noi, credo, quel piccolo pezzo di Dio che aspetta di essere scoperto. Ho avuto paura andandomene da Ike, ma qualche volta devi lasciar andare tutto, devi purgarti. Non avevo nulla, ma avevo la mia libertà. Il messaggio qui è: se siete infelici, per qualsiasi motivo, se c’è qualcosa che vi tira giù, liberatevene. Quando sarete liberi, la vostra creatività e il vostro vero sé potrà uscire».

Da “Private Dancer” – uno degli album più popolari degli anni 80 – in poi solo trionfi, dalle copertine di tutte le riviste del mondo alla chiamata a interpretare la guerriera Entity, la regina di Bartertown in Beyond The Thunderdome, terzo film della saga di Mad Max con Mel Gibson. Nel 1985 trionfo agli American Awards e quattro Grammy per Miglior Performance sia Pop che Rock e i più ambiti di tutti, quello di Canzone e di Disco dell’Anno, sul palco col folletto Britten e con dedica commossa a Roger Davies, l’architetto di quello che è stato uno dei comeback più clamorosi della storia del rock. Anche se Tina non l’ha mai considerato un ritorno: «Questo», detto con quel sorriso perfetto e il testone di capelli che sarebbe diventato il suo trademark, «è il mio primo disco». Ce ne saranno altri cinque, in un percorso straordinario che è durato fino al momento del ritiro, nel 2009.

E, sì, è stata la prima donna (non solo nera) che ha battuto tutti i record dei Rolling Stones, fino al concerto-record del millennio per il singolo artista nel 1988, 180mila in delirio al Maracanà di Rio de Janeiro. Sembrava una mission impossible, ma a volte…