#TellMeRock, i quarant’anni di Rio e l’icona dei Duran Duran che si presenta al mondo

EDITORIALE – Rio è una delle pochissime canzoni che mi piacciono dei Duran Duran. Fu scritta da Simon Le Bon nel 1982 mentre erano in tour in Brasile, anche se il testo fa riferimento non tanto a Rio De Janeiro quanto al Rio grande che scorre al confine tra il Texas e il Messico.

Nelle intenzioni dei Duran Duran, Rio doveva essere la metafora dell’America e del loro desiderio di diventare famosi negli Stati Uniti, cosa che poi sarebbe puntualmente accaduta. Ecco perché, nella canzone, Rio diventa una ragazza che danza sulla sabbia, desiderabile e irraggiungibile. Quindi, in sintesi, il testo è uno strano miscuglio, dove si fa riferimento a un fiume messicano, a una città brasiliana e a un sogno americano.

Molto popolare divenne anche il video, girato su una barca ad Antigua. La ragazza che si vede ridere era la fidanzata del tastierista Nick Rhodes. Chissà se rideva perché Nick stava vomitando anche l’anima. Dei Duran Duran era l’unico a soffrire il mal di mare e più volte fu necessario interrompere le riprese per consentirgli di riprendersi. Celebre la sua dichiarazione: “A me le barche piacciono solo quando sono ancorate a riva e i cocktail non finiscono tutti sulle mie giacche di seta”.

Definire i Duran Duran icona degli anni ’80 può sembrare banale e riduttivo, ma gioverà sapere che se Simon Le Bon e soci sono considerati ciò che sono, lo devono proprio all’album che porta il nome della celebre canzone sopra citata, pubblicato il 10 maggio di quarant’anni fa.

Rio è il disco del sole, delle spiagge dorate, ecc. E vorrei anche vedere come si possa, nel 2022, ostinarsi a non cogliere la grandezza di un simile LP, pieno com’è di canzoni splendide e suonato divinamente, con grande perizia tecnica.

Appunto, per cominciare ad analizzare il disco in questione, è importante soffermarsi sulla coesione e le caratteristiche di un gruppo di musicisti abili e capaci come non molti all’epoca, esattamente come i componenti delle principali altre formazioni new romantic, quali JapanSimple MindsA Flock Of Seagulls, ecc. e che già aveva dimostrato le sue innate abilità strumentali e melodiche nell’omonimo debutto del 1981, forte di almeno due inni del pop inglese tutto, Girls on film e Planet Earth

Innanzitutto abbiamo un batterista che è, al contempo, una macchina da guerra e una drum machine: trattasi di Roger Taylor, capace di sostenere ritmi molto fisici, tirati e talvolta abbastanza complessi, anche per minuti e minuti; è risaputo, infatti, come le tracce di batteria da lui suonate per garantire agli altri una base su cui improvvisare, si protraessero quasi tutte per circa una decina di minuti e mai che lo si sentisse andare fuori dal clic! Oltre alla batteria metronomica, l’altra componente più smaccatamente wave risiede senz’altro nelle tastiere di Rhodes, ammaliato più di tutti dall’estetismo dandy che imperava in quegli anni (e in particolare dalla figura di David Sylvian) e raffinato selezionatore di suoni e timbri, fondamentale collante di un complesso dominato da prime donne. Quello che, però, smarca i Duran dal resto dei new romantic e, probabilmente, anche ciò che ne ha determinato il successo stratosferico, è una non troppo sopita componente hard rock da arena, che si palesa innanzitutto nel chitarrista Andy Taylor, lui sì, musicista più a suo agio con l’heavy metal che con sequenze ed alienazioni metropolitane di sorta, il quale riuscì, tuttavia, nei suoi pochi anni di militanza, ad integrarsi egregiamente in un complesso di tutt’altre coordinate sonore, fornendo corpo e grezzezza ai raffinati costrutti degli altri. L’altro “hard rocker” è il carismatico frontman Simon Le Bon. Definizione che va presa con le pinze, in quanto il biondo cantante non è affatto un roco urlatore alla Bon Scott, anzi, è perfettamente in grado di gestire una vocalità baritonale, tipica di molti suoi colleghi dell’epoca, ma a differenza di questi, anche di sostenere tonalità molto acute a voce piena, il più delle volte senza i raffinati vibrati dei vari Ure, Oakley, McCulloch, ecc., ma, bensì, con la grinta di cantanti più legati al classic rock. Al di sopra (o al di sotto, dipende dalle preferenze) di tutti si staglia il divino John Taylor, bassista tra i migliori in un’epoca in cui il basso era, insieme ai synth, lo strumento principe del rock pop. Il “rivale di copertine” di Le Bon dimostra, in special modo tra i solchi di questi nove brani, una personalità e una versatilità mostruose, oltre che una tecnica sopraffina.

In soldoni il suo stile è fortemente debitore di quello di Bernard Edwards degli Chic, ma a differenza di questi, quel che ne viene fuori non è un groove “rotondo” e godereccio, ma una sferzante sequenza di note aggressiva e trascinante, al tempo stesso in linea con e a capo di tutto il resto della proposta musicale.

Davvero si potrebbe apprezzare Rio anche solo per le invenzioni di questo bassista incredibile, che riesce, oltretutto, ad avere senso della misura e a non interpretare il suo ruolo in maniera eccessivamente protagonistica e totalizzante. Si ascolti nel ritornello di Hungry Like The Wolf, per esempio, come riesca ad inserire quei due-tre colpi di slap decisivi per fornire il giusto tiro ad una melodia già bellissima ed immediata di suo. Eleganza ed energia sono senza dubbio i tratti identificativi del brano, che usato come singolo-traino dell’lp, riesce a mostrare quanto un gran riff di chitarra (Andy Taylor dirà poi di essersi ispirato al miglior Bolan …) ed un superlativo mixing con gli altri strumenti, possano dimostrarsi fondamentali per la riuscita del pezzo quanto l’avvincente ritornello che ne decreta una perfezione di insieme.

In Hold Back The Rain, poi, John Taylor è grande protagonista, nelle strofe a puntellare ficcanti riff sincopati e a prodursi in esaltanti cavalcate a colpi di plettro nei ritornelli; ancora, il ragazzo sale in cattedra nella meravigliosa e non troppo conosciuta Last Chance On The Stairway, in cui è una scheggia impazzita e iper dinamica, ma sempre dotata di grande lucidità e senso della misura: al servizio della canzone, insomma, e non dello strumento.

La produzione di questo gioiello fu affdata al produttore di culto new wave Colin Thurston, che nell’82 aveva già lavorato con Magazine e Human League, il quale fornisce la giusta linea e perdizione sensuale vagamente psicotica tipica di molti dischi dell’epoca a canzoni in apparenza molto leggere. Ecco, le canzoni, il nodo centrale di un qualunque disco di pop music, come sono in Rio? Ovviamente splendide, dalla lussureggiante title track alla sinistra The Chaffeur e piene di più o meno esplicite raffinatezze sonore e compositive.

Dopo la già pluricitata title track, seguono a ruota My Own Way, forte di una produzione molto potente e decisa (si ascolti l’aggressività del rullante) e la più delicata Lonely In Your Nightmare. Tra gli highlights della scaletta, spicca senz’altro New Religion, probabilmente il pezzo tecnicamente più variegato e complesso (davvero, roba quasi da gruppo prog): dopo un avvio condotto da metafisici suoni floydiani, la canzone si regge su un ritmo funkettaro della sezione ritmica, su cui Le Bon può mostrare tutto il suo carisma vocale. Infatti, al netto delle molte finezze e dei tecnicismi, il vero protagonista della canzone è proprio il biondo frontman, che è qui mattatore eclettico ed instancabile: parte baritonale e composto, per poi rappare, raggiungere tonalità impervie (tra il minuto 4:24 e il 4:54 anche tutto assieme, in più sovrapposizioni), ma senza mai perdere classe e aplomb, un po’ come il pezzo nel suo insieme, che, nonostante la bizzarria tecnica, scorre sempre fluido e orecchiabile.

Il finale di album regala probabilmente le due perle più fulgide: una è la celeberrima ballata Save A Prayer. Un accorato testo, un inno alla bellezza che narra la profondità che l’amore riveste, anche qualora esso venga consumato in maniera fugace. È stata la canzone di maggior successo dell’album, arrivando a posizionarsi al secondo posto della Official Singles Chart. Save a Prayer si apre col suono di un sintetizzatore che ripete un arpeggio per tutta la durata del brano. Il ritornare della parola prayer e i cori cadenzati, riproducono quasi un’atmosfera mistica, tipo mantra ripetuto, che si gonfia e si sgonfia fino alla fine.

A fare da specchio al misticismo rievocato dal suono di Save a Prayer, il regista Russell Mulcahy scelse lo Sri Lanka e la suggestione dei suoi luoghi sacri come location del video. Riprese aeree mostrano i membri della band fra le rovine della città-fortezza di Sigiriya, edificata su uno sperone di roccia a quasi 400 metri. Li rivediamo poi nell’antica capitale Polonnaruwa, tra il Rankoth Vehera, le colonne del Vatadage e il Gal Vihara, con le statue del Buddha disteso, il Buddha seduto e il Buddha in piedi, al cospetto del quale i ragazzi si fermano in ammirazione alla fine del video.

E, ovviamente, non mancano gli elementi esotici per eccellenza: mare cristallino, sole al tramonto, spiagge e palme, barche di pescatori, bambini, monaci buddisti, elefanti, ventilatori al soffitto e letti coperti da zanzariere.

La seconda di queste perle è la dark e decadente The Chaffeur, pezzo in cui la parte del leone è interpretata dal diversamente refrattario alle luci della ribalta Nick Rhodes. Introdotta da sinistre note di synth e da un inquietante pianoforte, la canzone è puro synth pop almeno fino all’inizio della seconda strofa, quando si inserisce, stavolta in punta di piedi, John Taylor ed è continuamente impreziosita dagli splendidi ricami intessuti da Rhodes (come scordarsi il temino di flauti sintetici che domina il finale?) e da un grandissimo Roger Taylor, robotica macchina, in grado però di fornire groove e trasporto a una canzone altrimenti molto rigida, senza peraltro dover strafare. Su tutto questo, Le Bon si produce in un’interpretazione sontuosa e, questa volta, davvero in linea con il dannatismo distaccato tipico di molti tra i migliori cantanti del periodo.

Rio è ancora attualissimo, e parla a una serie incredibile di sottoculture giovanili (non lo è stato solo per il nu-metal, la presenza di Ivorian Doll come guest nel loro ultimo Future Past ne è un segnale). E pensare che prima di questo album i Duran Duran si erano spostati verso una speed disco tanto incredibile quanto anticommerciale come quella del singolo My Own Way: che in Rio è presente in una versione diversa, che non sarebbe stata male in Let’s dance di Bowie, il quale casualmente uscirà l’anno dopo.

Quel che è certo è che a neanche un anno dall’uscita dell’eponimo esordio, i Duran Duran immettono sul mercato un disco educatamente sfarzoso, in cui eleganza e classe compositiva si sposano con melodie (anche) toccanti e ritmi trascinanti, rivelandosi una solare sintesi musicale adatta a soddisfare (e non compiacere!) i palati più esigenti. Una vera e propria prova di quando la musica popolare si eleva a seducente forma d’arte.