#TellMeRock, i quarant’anni di The Top, il disco che salvò i Cure dallo scioglimento

EDITORIALE – Destino controverso quello di The Top, quinto album in studio dei The Cure, pubblicato il 1°maggio 1984 dalla Fiction Record, diviso tra chi lo definisce un buon album e chi lo ritiene un’uscita a dir poco debole.

Sarebbe riduttivo ritenerlo solamente una svolta pop della band, nonostante un chiaro cambio di rotta ci sia stato, senza inquadrare le situazioni che hanno influenzato Robert Smith nella sua lavorazione.
Correva l’anno 1979. Robert Smith e Steve Severin bassista dei Banshees si conoscono a Londra, al bar dell’Ymca, durante un concerto dei Throbbing Gristle, incontro che portò i primi a suonare in supporto dei secondi nel Join Hands Tour. I due però si ripromisero di collaborare insieme ma furono troppo impegnati con i rispettivi progetti. Sarebbe stata solo questione di tempo.

Passa qualche anno e nel 1982 i The Cure sono in studio per la registrazione di Pornography, attanagliati dai conflitti personali tra Smith ed il bassista Simon Gallup che abbandonerà il gruppo dopo l’uscita dell’LP, portando la band quasi allo scioglimento, per poi dedicarsi ai Fool’s Dance. Tra il 1982 e il 1983, quindi, Smith si prese una pausa dai The Cure ed anche i Banshees si fermarono perché la frontman ed il batterista Budgie fuggirono insieme per registrare il loro primo album come Creatures. Ecco che si presenta l’occasione di poter collaborare con SeverinSmith arrivò a litigare con Chris Parry (loro manager) pur di lavorare con lui e formare il progetto Glove, che non era una vera e propria band musicale ma solo un pretesto per guardare film horror, prendere più droghe possibili (acidi soprattutto), scrivere e registrare canzoni sotto il loro effetto. Lo stralunato Blue Sunshine, fu il frutto di quel breve delirio.


Nel 1983, Parry fu il primo a spingere perché i The Cure prendessero una strada più pop ed il risultato fu la “Trilogia Fantasy” di singoli (Let’s Go to BedThe Walk e The Lovecats) contenuti nella raccolta Japanese Whispers, ultimo disco in cui è presente il bassista e produttore Phil Thornalley poi impegnato a produrre Seven and the Ragged Tiger dei Duran Duran.

All’inizio del 1984 Smith ebbe un’altra idea “illuminata”: essere un membro dei The Cure e dei Banshees contemporaneamente. Le due band erano, infatti, impegnate in studio a registrare i due rispettivi nuovi album: il glamour e decadente Hyaena dei Banshees e The TopSmith si divideva, quindi, tra i due studi spostandosi in taxi e dormendo nell’ora di viaggio che li separava ed i The Cure avevano intanto preso possesso del pub accanto allo studio: il gestore aveva consegnato le chiavi del locale alla band, riconducendoli in una discesa nell’alcolismo, tanto che, nel maggio del 1984, Robert Smith collassò per un totale crollo psicofisico. Dovette rinunciare al tour con i Banshees mentre i due dischi a cui aveva lavorato in contemporanea finalmente videro la luce e fu ancora Parry, il manager, a costringere Smith ad interrompere la collaborazione con Souixies, per una questione “di vita o di morte”.
In questo contesto post “Paura e delirio a Las Vegas” e di stacanovismo artistico il frontman suona praticamente ogni strumento, spalleggiato comunque da Laurence Tolhurst alle tastiere, Andy Anderson alla batteria e Porl Thompson, autore della copertina ed invitato a suonare il sax in Give Me It.

L’urlo ammiccante di Shake Dog Shake è un buon inizio con una sonorità rock nuova e inesplorata, con flanger e riverberi che rendono le chitarre distorte come mai prima, in un ritmo tarantolato in perfetta simbiosi con l’ancheggiamento istigato dal cantato.

Il riff e l’arrangiamento che arricchisce la seguente Birdmad Girl sono semplicemente qualcosa di geniale.

Wailing Wall mantiene la tipicità dark della band, con suoni schizofrenici e inquietanti a supporto di un ritmo arabeggiante e tribale, in un’inclinazione quasi sofferente nell’ambientazione ed esoterica nel testo. Il pezzo fu ispirato da una visita di Smith, durante un tour israeliano con i Banshees, al muro del pianto.

Un po’ come Dressing Up, canzone etnopsychopop più suadente con i suoi scarabocchi di flauto e tastiera che accarezzano l’anima o ancora l’assolo latino centrale di chitarra in Piggy In the Mirror, che col suo organo in sottofondo diventa ossessiva e delirante proprio a fine brano con la visionaria ripetizione ritmata del titolo.

 The Caterpillar è la hit del disco, brano raffinato che, insieme alla prima traccia, è ancora nelle setlist degli ultimi anni. Il piano inquietante ed il violino volutamente fastidioso introducono una canzone coinvolgente ed eclettica a supporto della poliedricità di Smith e, probabilmente, del suo stato di lucidità non proprio nella norma.

The Empty World, con la sua marcia, ci accompagna in una piccola perla fiabesca con un testo dark come in una favola dei fratelli Grimm mentre Banana Fish Bone è una nuova sperimentazione reggae blueseggiante il cui titolo è tratto dal racconto di J.D. Salinger, “A Perfect Day For Bananafish” (contenuto nel suo libro “Nine Stories” del 1953). 

The Top, la traccia omonima, è paradossalmente quella meno accattivante ma che, nella sua atmosfera cupa, denota lo stato d’instabilità e di alterazione mentale di quel periodo.



L’esperienza The Glove e nei Banshees cambiò quindi l’atteggiamento compositivo del frontman, dando rilevanza, più che alla sua vena lugubre (non abbandonata ma un po’ accantonata), alla parte più sperimentale ed eclettica. Secondo Jeff Apter (curatore della biografia “The Cure – Una favola dark”), The Top era “un tentativo di soddisfare entrambe le fazioni degli appassionati, offrendo abbastanza pezzi pop vivaci, senza però alienarsi le simpatie della schiera di adepti che consideravano Pornography una sorta di vangelo dark”. Lo stesso autore del disco si è più volte detto insoddisfatto dell’opera fin dal suo completamento, convinto che, in una situazione compositiva diversa e soprattutto più stabile, il risultato sarebbe potuto essere diverso.

È dunque ingiusto paragonare The Top agli altri capolavori, ma meriterebbe, invece, almeno a quarant’anni di distanza, il riconoscimento di mattone fondamentale per quello che porterà i The Cure a realizzare ulteriori caposaldi. E’ inoltre incredibile pensare che Smith non solo abbia praticamente scritto l’intero album, ma abbia anche suonato quasi tutti gli strumenti, a dimostrazione della sua sbalorditiva genialità e capacità polistrumentale. In effetti, potrebbe essere definito l’album solista che Smith non ha mai realizzato.

Un artista che meriterebbe una biopic degna della sua storia (a nostro rischio e pericolo…) e non solo accenni ispiratori, come l’aspetto e l’atteggiamento nichilista del personaggio di Cheyenne in “This Is Must Be The Place” di Sorrentino da cui, per concludere, si può trarre una frase particolarmente azzeccata per quello che è un indiscusso mito del dark: Ci sono molti modi di morire, il peggiore è rimanendo vivi