#TellMeRock, 4 Maggio 1994: I Soundgarden di Black Hole Sun e la rivincita di Chris Cornell

EDITORIALE – Led Sabbath: così ribattezza i Soundgarden la rivista Art Black, uno dei primi magazine a occuparsi della band di Seattle. Definizione calzante, visto che nei Soundgarden c’è  molto dei Black Sabbath ( le sonorità tenebrose) e dei Led Zeppelin (la chitarra lancinante e lirica di Kim Thayl e la voce del compianto trasformista Chris Cornell che riporta acuti alla Robert Plant).

E’ una parola composta, è vero, ma forse non troppo forzata, visto che nel loro esordio del 1987, i Soundgarden si approcciano alla critica con il loro sound misto a richiami dell’hard rock inglese a cavallo tra anni 60 e 70 e la new wave dei primi ’80. Dal primo viene presa l’energia, mentre dal secondo il cosiddetto “mal di vivere esistenzialista” che porterà al grunge.

Aggiungete ricordi di psichedelia  e vi renderete conto come la band sia stata indicata da sempre come tra le più probabili candidate al grande successo tra i gruppi di Seattle, città di Pearl Jam e Alice In Chains.

L’esordio sulle scene non è dei migliori, basti pensare che Badmotorfinger, terzo album della band pubblicato nel 1991, si vede rubare la scena dal mito di Nevermind, uscito a distanza di pochi giorni. Il disco, comunque, sarà un doppio platino.

La rivincita è doverosa, e arriva con SuperUnknown, album pubblicato l’8 marzo del 1994, sospinto dall’epico brano Black Hole Sun, uscito come singolo il 4 maggio del stesso anno.

Brano scritto in quindici minuti da Chris Cornell, è uno dei pochissimi casi di singolo Numero Uno il cui testo è oscuro e incomprensibile dall’inizio alla fine. Lo stesso Cornell ammise di aver giocato con le parole, gettandole nella musica “come un pittore post moderno lancia schizzi di colore sulla tela”. Il compianto frontman dei Soundgarden prese spunto da una scultura chiamata Black Hole Sun che si trova nel Volunteer Park di Seattle, in Capitol Hill. Non era la prima volta che il cantante si ispirava a una scultura della sua città natale, anche per la scelta del nome della band si era rifatto a una scultura di Douglas Hollis, dal nome A Sound Garden, composta da una serie di strutture metalliche simili ad antenne radiofoniche.

Con SuperUnknown i Soundgarden si scrollano di dosso l’etichetta (riduttiva), di band heavy metal, confermandosi pionieri del grunge e prima band, nel loro genere, a raggiungere il grande pubblico.

I critici sono unanimi nel ritenere il disco un esemplare raro di ammorbidimento commerciale che non va a discapito della qualità artistica. Restano le sperimentazioni sulle accordature, i richiami alla musica indiana (e qui le trame del rock psichedelico anni ’70), e la potenza vocale di Cornell. Solo che il tutto è più ovattato, meno strillato e più dosato.

Dal punto di vista dei testi, l’album possiede un tono abbastanza dark e misterioso, con molte delle liriche interpretabili come riferimenti a temi oscuri quali suicidio, depressione, abuso di droghe, vendetta, annientamento, dolore, paura, perdita, e morte. Cornell trasse ispirazione dagli scritti di Sylvia Plath. Commentando i testi dell’album, Thayil disse che secondo lui “gran parte di Superunknown sembrava avere più a che fare con la vita, piuttosto che con la morte”.

Cameron riferì che i testi erano “un grande vaffa al mondo intero, un modo di dire “lasciateci soli. Cornell disse che Let Me Drown parla dello “strisciare indietro nel grembo materno per morire”, Fell on Black Days è circa il realizzare quanto “sei infelice davvero dentro di te”, Limo Wreck è una canzone sulla “vergogna della decadenza”, The Day I Tried to Live tratta del cercare di uscire dalla depressione, mentre 4th of July parla dell’utilizzo di LSD. Inoltre, durante un concerto Cornell parlò di Mailman dicendo: «Questa prossima canzone parla dell’uccidere il proprio capo. Tratta di venire a lavorare una mattina presto perché si dispone di un ordine del giorno speciale e si sta andando a sparargli in testa, cazzo!»

Al contrario, Like Suicide non parla propriamente di suicidio ma narra un episodio di vita vissuta, scritto da Cornell dopo che un uccello volò dentro casa sua da una finestra aperta. Egli raccontò: «Trovai l’animale gravemente ferito e lo uccisi colpendolo con un mattone per porre fine alla sua sofferenza».