EDITORIALE – Se cerchi un disco che non ti accarezzi ma ti graffi, Il Vile dei Marlene Kuntz è esattamente quel tipo di esperienza: un oggetto sonoro nervoso, urbano, saturo di dissonanze e di immagini che non chiedono permesso. In piena metà anni ’90, mentre l’Italia musicale cercava ancora di capire come far convivere lingua madre e distorsioni, la band di Cuneo prende il lascito di Litfiba e CCCP – Fedeli alla linea, lo contamina con il rumore di Sonic Youth e Pixies, e lo restituisce come disagio puro, lucidissimo.
Dopo la detonazione di Catartica, qui il suono si fa ancora più abrasivo, quasi metallico in certi passaggi (non a caso l’innesto di Dan Solo spinge verso territori che sfiorano i Kyuss). Ma è nella scrittura di Cristiano Godano che il disco trova la sua lama più affilata: liriche che oscillano tra pornografia emotiva e poesia obliqua, tra crudezza e simbolismo, senza mai cercare una sintesi rassicurante.
L’apertura con 3 di 3 è già manifesto: sessualità distorta, immagini serpentine, un lessico che sfida l’ascoltatore a stare al gioco. Da lì in avanti è un campionario di micro-storie deformate—incidenti, relazioni consumate, allucinazioni chimiche—raccontate con un realismo che scivola continuamente nel grottesco.
Cenere e L’Agguato sono fendenti secchi, quasi neorealisti nella loro violenza, mentre Overflash diventa un trip sonoro che mescola feedback e delirio percettivo.
Poi, quando meno te lo aspetti, Come Stavamo Ieri rallenta tutto e lascia filtrare una malinconia che non consola, ma amplifica il vuoto.
Il vero punto è che Il Vile non è un disco “facile” né “piacevole” nel senso tradizionale. È un disco che pretende attenzione, che si muove tra metafore contorte e immagini disturbanti, e che spesso comunica più per sottrazione che per esposizione diretta. In questo senso, si avvicina più alla narrativa allucinata di certa controcultura italiana che al classico songwriting rock.
La title track chiude il cerchio come un rituale: ossessiva, quasi liturgica, con quel mantra—“Onorate il Vile”—che suona come un invito ambiguo, tra provocazione e resa. È qui che il disco si rivela per quello che è: non solo una raccolta di canzoni, ma una dichiarazione estetica e generazionale.
Non avrà forse la compattezza mitologica dei grandi concept alla Fabrizio De André o Lucio Dalla, ma riesce comunque a fotografare un’epoca con una precisione sporca, imperfetta, e proprio per questo autentica.
Il Vile, trent’anni compiuti oggi, è il momento in cui i Marlene Kuntz smettono di essere promessa e diventano linguaggio. Scomodo, tagliente, ancora oggi difficilmente replicabile.








































