EDITORIALE – Nel 1996 il grunge stava morendo. Forse era già morto due anni prima, quel tragico 5 aprile 1994 in cui Kurt Cobain decise di lasciare questo mondo, portandosi dietro una generazione intera di inquietudini, rabbia e disillusione. Seattle non era più il centro dell’universo rock e quel movimento che aveva rivoluzionato gli anni Novanta stava lentamente consumando sé stesso tra eccessi, pressioni commerciali e identità smarrite. Eppure, proprio quando tutto sembrava volgere al tramonto, arrivò uno degli ultimi grandi dischi dell’epoca: Down On The Upside dei Soundgarden.
Pubblicato l’11 giugno 1996, il quinto album della band guidata da Chris Cornell rappresenta molto più di una semplice uscita discografica. È un passaggio di frontiera. Un disco di transizione. Un lavoro che guarda contemporaneamente al passato e al futuro, diventando inconsapevolmente il canto del cigno della formazione classica dei Soundgarden, destinata a sciogliersi appena un anno dopo. Dopo aver costruito la propria leggenda con le mazzate hard-rock di Badmotorfinger e aver conquistato il mondo con il monumentale Superunknown, Cornell, Kim Thayil, Ben Shepherd e Matt Cameron si ritrovano davanti a un bivio. Continuare a essere la più pesante e visionaria band uscita da Seattle o provare a spingersi oltre. La scelta divide il gruppo. Da una parte Kim Thayil, custode delle radici hard rock e metal della band. Dall’altra Chris Cornell, sempre più attratto da atmosfere introspettive, arrangiamenti acustici e territori psichedelici. Down On The Upside nasce proprio da questa tensione creativa. Ed è forse per questo che ancora oggi affascina. Non ha la compattezza devastante di Badmotorfinger né la perfezione quasi irraggiungibile di Superunknown. È un album più fragile, più dispersivo, ma anche incredibilmente umano. Un disco che accetta il rischio dell’imperfezione pur di cercare nuove strade.
L’apertura è affidata a Pretty Noose, probabilmente uno dei migliori singoli della carriera della band: riff velenoso, atmosfera decadente e una delle interpretazioni vocali più intense di Cornell.
Ma è già con Zero Chance che si comprende il cambio di prospettiva. Le chitarre si fanno liquide, il ritmo rallenta, la malinconia prende il sopravvento. È una delle perle nascoste del disco, una canzone che sembra sospesa tra i Pearl Jam più riflessivi e certe intuizioni folk-rock che guardano addirittura a Tim Buckley.
Poi arrivano le sorprese. Ty Cobb è un piccolo capolavoro di follia controllata: hardcore punk, country e persino un mandolino che sbuca dal nulla trasformando il brano in qualcosa di unico.
No Attention cambia pelle più volte passando dal punk all’hard rock, mentre Never The Machine Forever riporta in superficie il lato più ruvido e abrasivo dei Soundgarden.
Eppure il cuore dell’album è altrove. Sta nella psichedelia spettrale di Blow Up The Outside World, nell’ipnosi quasi cosmica di Applebite, nelle sfumature folk di Burden In My Hand e soprattutto nella meravigliosa Boot Camp, una chiusura malinconica e sospesa che sembra quasi anticipare la fine imminente di un’epoca.
Ascoltando oggi Down On The Upside, a trent’anni di distanza, si percepisce chiaramente che qualcosa stava cambiando.
I Soundgarden non volevano più essere soltanto una band grunge. Forse non volevano esserlo mai stati davvero. Cercavano una nuova identità, una nuova grammatica sonora. Ci stavano riuscendo. Ma il pubblico non comprese fino in fondo quella trasformazione. L’album vendette bene, la critica lo accolse con favore, ma molti fan rimasero spiazzati. Troppo morbido per chi amava il lato più metal della band. Troppo duro per chi cercava canzoni radiofoniche. Troppo complesso per essere assimilato immediatamente. Col tempo, però, il giudizio è cambiato.
Oggi Down On The Upside appare come il lavoro più coraggioso e forse più maturo dei Soundgarden. Non il migliore, probabilmente. Ma certamente il più libero. È il disco di una band che decide di rischiare tutto nel momento in cui avrebbe potuto limitarsi a replicare una formula vincente. E forse è proprio questo il suo fascino.
Perché mentre il grunge esalava il suo ultimo respiro, Chris Cornell e compagni trovavano ancora la forza di guardare oltre l’orizzonte. Verso il basso e verso l’alto, come suggerisce il titolo. Verso la fine di una storia e l’inizio di qualcosa che non avrebbe mai avuto il tempo di compiersi davvero.









































