#TellMeRock, i trent’anni di Older: il dolore di George Michael trasformato in eleganza

EDITORIALE – Ci sono album che nascono per conquistare le classifiche.
E poi ce ne sono altri che sembrano scritti per sopravvivere al dolore.

Older, pubblicato il 14 maggio 1996, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. È probabilmente il disco più divisivo, adulto e intimamente devastante della carriera di George Michael. Un lavoro che non ha mai cercato davvero il consenso universale, ma che con il tempo è diventato qualcosa di molto più raro: un rifugio emotivo per chiunque abbia conosciuto la perdita.

Dopo sei anni di silenzio discografico — interrotti soltanto da progetti benefici come Five Live con i Queen e alcuni brani destinati alla raccolta Red Hot + DanceGeorge Michael tornò con un album completamente diverso da ciò che il pubblico si aspettava da lui. Nessuna rincorsa al pop scintillante degli anni Ottanta, nessuna replica del successo planetario di Faith.
Older era scuro, elegante, jazzato, quasi cinematografico. Ma soprattutto era vero.

Dietro quel lungo silenzio si nascondevano due ferite profonde. La prima era lo scontro legale con la Sony Music, accusata dall’artista di aver abbandonato commercialmente Listen Without Prejudice Vol. 1. La seconda, infinitamente più dolorosa, era la morte per AIDS di Anselmo Feleppa, il compagno brasiliano che George aveva amato lontano dai riflettori, in anni in cui la sua identità sentimentale restava ancora protetta dal silenzio pubblico.

È impossibile comprendere davvero Older senza partire da lì.

Persino la copertina racconta questa discesa nell’ombra: nero ovunque, il volto illuminato soltanto a metà, come se Yog — il soprannome che si portava dietro dall’infanzia — stesse lentamente tentando di riemergere dal buio.

E il buio, in questo disco, è dappertutto.

In Jesus to a Child, probabilmente una delle ballate più struggenti degli anni Novanta, George canta l’amore con la delicatezza di chi sa già di averlo perduto. Non è soltanto un addio: è un ringraziamento disperato per aver avuto, anche solo per poco tempo, qualcosa di assoluto.

Molti ascoltarono Fastlove come una sofisticata celebrazione del sesso occasionale. In realtà era l’esatto contrario: il racconto malinconico di un uomo incapace di concedersi ancora sentimentalmente dopo essere stato distrutto da una perdita troppo grande.

E poi c’è Spinning the Wheel, ipnotica e inquieta, figlia diretta dell’epoca dell’AIDS, quando l’amore sembrava convivere costantemente con la paura.


Persino nei momenti più luminosi del disco, come Move On, la speranza appare fragile, quasi trattenuta, come se la felicità fosse una possibilità da maneggiare con cautela.

Il vertice emotivo arriva però nel finale.

You Have Been Loved non è semplicemente una canzone triste: è una delle pagine più dolorose mai scritte da George Michael. Un brano lento, essenziale, quasi sospeso, che racconta l’incontro con la madre di Anselmo davanti alla tomba del figlio. Due persone diverse, due modi opposti di affrontare il lutto — la fede da una parte, l’inconsolabilità dall’altra — unite soltanto dall’amore per la stessa persona.

Quando Older uscì, nel 1996, George Michael non aveva ancora fatto coming out. Molte delle chiavi emotive del disco sarebbero state comprese davvero solo dopo il 1998, quando l’artista avrebbe finalmente smesso di nascondersi. Ma forse è proprio questo ad aver reso l’album ancora più potente: il dolore era autentico anche senza spiegazioni.

A trent’anni di distanza, Older resta un’opera straordinariamente elegante e umana. Non il disco più immediato di George Michael. Non il più commerciale. Forse però il più importante.

Perché ci sono album che accompagnano un’estate. E poi ci sono quelli che aiutano a sopravvivere ai giorni peggiori.

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