#TellMeRock, i trent’anni di “The Score”, l’album che ha cambiato le regole senza chiederlo

EDITORIALE – Ci sono dischi che fotografano un’epoca e altri che cambiano il modo in cui quell’epoca verrà ascoltata per sempre. The Score dei Fugees appartiene alla seconda categoria: un album che, trent’anni dopo, continua a suonare sorprendentemente contemporaneo perché aveva già capito dove sarebbe andata la musica molto prima degli altri. Nel 1996 l’hip hop mainstream oscillava tra estetica gangsta e pop levigato, mentre il trio formato da Lauryn Hill, Wyclef Jean e Pras Michél costruiva qualcosa di diverso: un linguaggio capace di unire coscienza politica, sensibilità pop e ricerca musicale senza chiedere permesso a nessun genere. Era rap, certo, ma anche soul, reggae, gospel, storytelling cinematografico e cultura diasporica compressi dentro un unico progetto coerente.


Il primo segnale arriva a gennaio con Fu-Gee-La, che utilizza apertamente il ritornello di “Ooh La La La” di Teena Marie. Non un semplice sample e nemmeno una cover: una riscrittura completa, il manifesto di un metodo che diventerà la firma del disco. I Fugees non campionano soltanto — reinterpretano, ricontestualizzano, trasformano i classici in materia viva. È lo stesso approccio che renderà enorme Killing Me Softly With His Song. Gli autori del brano reso celebre da Roberta Flack negano il permesso di campionarlo ma autorizzano una cover, e il trio sfrutta il limite trasformandolo in opportunità creativa: la canzone viene completamente reinventata, contaminata anche da richiami agli A Tribe Called Quest, fino a diventare qualcosa di nuovo al punto da far sembrare i Fugees quasi co-autori. Il risultato è devastante: quasi un milione e mezzo di copie vendute e primo posto in venti paesi. Qualcuno critica la scelta, giudicandola troppo romantica per un disco attraversato da temi politici e sociali; altri parlano invece di “Black humanism”, intuendo che proprio quell’equilibrio tra intimità ed impegno rappresenta la vera rivoluzione del progetto.


Il terzo singolo, Ready or Not, conferma la visione: costruito su “Ready or Not Here I Come (Can’t Hide from Love)” dei Delfonics e arricchito da un campione di Enya — inizialmente contestato legalmente prima di un accordo — mostra quanto il gruppo fosse disposto a spingere l’hip hop fuori dai suoi confini tradizionali. Nel disco vengono rielaborati Little Feat, Afrika Bambaataa, Moody Blues, mentre la rilettura di No Woman, No Cry dei Bob Marley & The Wailers diventa una dedica esplicita ai rifugiati del mondo, chiarendo definitivamente la dimensione politica e identitaria dell’opera.

Non è accumulo di citazioni: è costruzione culturale. I Fugees trattano la memoria musicale nera e occidentale come un archivio aperto, anticipando quel modo di usare i classici che diventerà dominante solo anni dopo grazie proprio al loro successo.
E i numeri danno ragione alla visione: oltre 11 milioni di copie vendute e un impatto che ridefinisce l’idea stessa di crossover nella musica black. The Score dimostra che l’hip hop può essere sofisticato senza perdere accessibilità e universale senza smussare la propria identità. È musica “del ghetto ma oltre il ghetto”, capace di parlare anche a chi non condivide quel vissuto ma riconosce le emozioni e le tensioni raccontate. Non serve appartenere a una scena per sentirsi parte della storia.


Il paradosso è che un successo così enorme non verrà mai davvero capitalizzato dal trio. Dopo un tour nel ’97 arrivano le carriere soliste: Lauryn Hill pubblica nel 1998 The Miseducation of Lauryn Hill, un capolavoro destinato però a restare un picco irripetuto; Pras conquista le classifiche globali con Ghetto Supastar, campionando i Bee Gees; Wyclef Jean diventa produttore, imprenditore e attivista umanitario. La reunion del 2004-2005, tra singolo e tour europeo accolto freddamente, dimostra che il momento storico è ormai passato. La supernova si è spenta.
Ma The Score resta. Non solo come uno degli album fondamentali degli anni ’90, ma come uno dei dischi più importanti della musica black in senso assoluto. Perché oggi è evidente quanto i Fugees fossero avanti rispetto ai loro contemporanei: quel suono, quel modo di manipolare i classici, quell’equilibrio tra coscienza sociale e accessibilità pop sarebbero diventati la norma soltanto dopo di loro. Trent’anni dopo, più che un ricordo, suona ancora come un punto di partenza.

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