#TellMeRock, i ventuno anni di Hail To The Thief e la duttilità ‘fiabesca’ dei Radiohead

EDITORIALE – Con l’arrivo degli anni 2000, i Radiohead si trovavano di fronte l’ennesimo quesito: quale strada intraprendere dopo aver fissato in modo indelebile un loro marchio rock caratteristico con Ok Computer e aver esplorato nuove frontiere musicali con la memorabile accoppiata Kid AAmnesiac? Un’ulteriore evoluzione di Yorke e soci sarebbe stata difficilmente concepibile: quello che ne scaturisce è la salomonica via di mezzo: Hail To The Thief, pubblicato il 9 giugno del 2003 il cui titolo è uno sberleffo ironico all’amministrazione Bush, si può situare idealmente a metà strada tra le chitarre ruvide di Ok Computer e il recente percorso elettronico.

Non un rinnegamento delle proprie evoluzioni sonore quindi: ci troviamo comunque di fronte a un prodotto originale all’interno della loro discografia, che fa però affiorare l’impressione che questo sia un disco di passaggio, anche se di passaggio verso cosa non si sa. Come se la band avesse voluto prendere tempo per capire quale direzione prendere e nel frattempo mediare con un album più “convenzionale”. Le virgolette sono d’obbligo perché ciò la convenzionale del disco è relativa agli standard del gruppo: in pratica si assiste alla creazione di una summa sonora tra due periodi e stili diversi e il risultato è più che soddisfacente.

Tentando un’analisi dettagliata è possibile ricondurre le quattordici composizioni a diversi “filoni” tematici e stilistici. A conservare il tratto più caratteristico del gruppo sono le classiche ballate radioheadiane: a dominare su tutte il fiume di lacrime di We Suck Young Blood, in cui le poche note sommesse di pianoforte accompagnano uno Yorke straziante come mai prima, in quello che di fatto è il capolavoro massimo del disco.

Meritano attenzione l’onirica Sail to the Moon (in cui a fare la parte del leone sono l’ipnotico pianoforte e la voce intensa) e altri episodi malinconici degni di nota come I Will e Scatterbrain

Tra i brani più puramente rock (relativizzando anche il significato del termine rock agli standard di Yorke e Greenwood) quali la camaleontica Go To The Sleep e il devastante climax chitarristico di 2+2=5.

Gli episodi più marginali del disco sono invece riconducibili ai brani in cui l’elettronica prevale nettamente: la poco riuscita Backdrifts e l’eccesso di virtuosismo digitale di The Gloaming (quest’ultima di chiara ascendenza Amnesiac).

Un ultimo filone è determinato da un uso meno invasivo dell’elettronica all’interno di forme pop-rock di canzoni comunque mai scontate: è il caso delle atmosfere delicate di Where I End And You Begin in cui a prevalere sono la batteria e l’oscuro basso, ma anche della splendida Sit Down, Stand Up che inizia torbida e pacifica con un piano ammaliante alla Pyramid Song e che sfocia in un finale schizofrenico.

Ottima anche Myxomatosis per la roboante anarchia della batteria jazzata e il cantato atipico in cui Yorke gratta la propria voce fino a renderla quasi rauca. Meno brillante invece A Punchup At A Wedding, indice di un leggero calo di ispirazione.

Ci sono infine due pezzi che meritano un discorso a parte: There There A Wolf At The Door, al cui ascolto non si può fare a meno di pensare all’ingresso in un mondo fiabesco, in una foresta incantata irta di insidie (le distorsioni di Greenwood della prima e il testo inquietante della seconda) ma anche di dolci magie (il carillon lirico di A WOLF AT THE DOOR).

There There, uno dei miei brani preferiti dei Radiohead, vede la meticolosità di un Thom Yorke ispiratissimo che lo porta dapprima a richiedere i servigi di Oliver Postgate, celebre animatore e burattinaio inglese divenuto celebre per i suoi programmi per bambini sulla televisione britannica. Tuttavia, Postgate rifiutò perché ritiratosi dall’attività pochi anni prima. La scelta ricadde quindi su Chris Hopewell, il quale proprio con il videoclip di There There compì il suo esordio dietro la macchina da presa.

Il video risulta semplice e stratificato allo stesso tempo, in grado sia di intrattenere lo spettatore per le immagini proposte – che rimandano alle fiabe dei fratelli Grimm – sia per i velati riferimenti al concept di Hail to the Thief. Concepito fin dall’inizio per essere messo in scena per mezzo della tecnica stop-motion (per citare un esempio, alla maniera di Nightmare Before Christmas di Henry Selick e Tim Burton), il video vede un Thom Yorke sfattissimo, corrucciato e perduto addentrarsi per le vie di un bosco oscuro (la selva dantesca, influenza mutuata probabilmente dagli studi dell’allora compagna di Yorke). Man mano che la sua ricerca prosegue, il Nostro osserva la vita all’interno del bosco (vediamo avvicendarsi scoiattoli, conigli e roditori vari, ma anche un matrimonio tra gatti). D’un tratto però il protagonista è attratto da un soprabito accuratamente appeso sul ciglio di un albero e degli stivali abbinati, che non esita a indossare. Lo sguardo dei corvi è attirato dal gesto imprudente, con questi che iniziano a inseguirlo e beccarlo voracemente. La maledizione è già in atto: quando Yorke sembra aver finalmente seminato i suoi oscuri inseguitori, gli stivali scivolano via dai suoi piedi che mutano fino a fargli assumere la forma di uno di quegli alberi che compongono la selva in cui si era addentrato (e dalla quale non uscirà mai più). Il ladro ha ricevuto la sua punizione.

La volontà di riprodurre qualcosa dal contenuto molto simile al macabro delle fiabe dei fratelli Grimm fu esplicitata dallo stesso Yorke al regista, citando come influenza diretta anche i lavori dell’animatore ceco Jan Švankmajer. Particolarità del tutto, il fatto che lo stesso Yorke si muova all’interno del filmato come fosse anch’egli una riproduzione in stop-motion. Dopo il debutto avvenuto al Jumbotron di Times Square, il videoclip fu mandato in rotazione una volta all’ora su MTV2. Nello stesso anno si aggiudicò anche l’MTV Video Music Award per la Miglior Scenografia. Chris Hopewell e i Radiohead avrebbero nuovamente incrociato le loro strade nel 2016, per il videoclip di Burn the Witch.

Hail To The Thief è un disco di non facile comprensione e dall’animo variegato. Forse non un capolavoro ma sicuramente un ottimo album che mostra qualche leggera pecca solo nell’uso a tratti imperfetto dell’elettronica.

D’altronde in una visione complessiva dell’opera queste sono inezie che rischiano di far passare in secondo piano la grande poliedricità mostrata dai membri del gruppo e soprattutto da uno Yorke molto ispirato, istrionico nel suo incessante cambio di stili e tonalità di canto. Forse non siamo ai livelli dei tre precedenti capolavori ma sicuramente poco ci manca, e se è vero che questo è un album di passaggio allora si può anche sperare che il gruppo resti in questo stadio intermedio per sempre.