#TellMeRock: Il carisma di Duane Allman e quel live di At Fillmore East: una chiacchierata con Daniele Marcante

EDITORIALE – Ognuno di noi ha i propri miti da seguire o guru a cui fare riferimento. Per parlarvi della band e del personaggio di oggi all’interno del mio #TellMeRock mi affido a uno dei miei massimi esperti musicali che porta il nome di Daniele Marcante, chitarrista e amico encomiabile, cittadino del mondo ma con il cuore a Trecchina.

Quale migliore occasione per non parlare con lui di uno dei massimi chitarristi della storia della musica, quel Duane Allman di cui proprio oggi ricorre il 49°anniversario dalla sua prematura dipartita.

Duane Allman, classe 1946, cominciò a suonare la chitarra da giovanissimo insieme a suo fratello Gregg a Daytona, Florida, mostrando già una certa abilità nella vocazione alla musica blues.

“L’apporto degli Allman Brothers alla musica blues e al rock in generale è di fondamentale importanza”, mi spiega telefonicamente Daniele, “basti pensare che Duane, chitarrista eclettico e duttile da uno stile più unico che raro, ha mosso i suoi primi passi da musicista di studio con musicisti del calibro di Aretha Franklin e Wilson Pickett”.

Daniele Marcante

Gli Allman sono i pionieri di quel blues che viene dal sud, musa ispiratrice di gruppi quali i Creedence Clearwater Revival o Lynyrd Skynard, capaci di cambiare o addirittura stravolgere le sorti di artisti già ben incamminati nella scena mondiale.

“Per comprendere l’importanza e il contributo musicale e carismatico di Duane Allman, basta ascoltare Layla, pietra miliare della discografia e vena compositiva di Eric Clapton”, mi spiega Daniele. “Clapton veniva dall’addio ai Cream e da una tournèè negli States con una nuova band chiamata Delaney & Bonnie, tutti sanno che Layla è ispirata dal suo amore per Patty Boyd, ex moglie di George Harrison, ma in pochi sanno che il contributo musicale e il suo annesso assolo sono da attribuire alla mano e mente di Duane Allman. Clapton, si legge in alcuni articoli dell’epoca, cercò di arruolare Allman nella sua band senza successo, ma comunque quest’ultimo partecipò alle sessioni di registrazione contribuendo, per sua stessa ammissione, a spronare Clapton a migliorare e perfezionare il suo stile, avvicinandolo a un blues più del sud piuttosto che inglese”.

The Allman Brothers Band

Ma in realtà, e da come è emerso nella mia lunga chiacchierata con l’amico Daniele, ridurre al solo genere blues l’anima degli Allman Brothers è un discorso alquanto riduttivo.

Infatti quante Allman Brothers Band può enumerare un critico o ascoltatore appassionato? Quattro almeno? Quella che nei due album in studio (l’omonimo del novembre 1969, Idlewild South del settembre ’70) che precedettero il loro doppio e iconico At Fillmore East, album che evidenziò la capacità di questo gruppo di distillare in brani relativamente blues e soul, country, jazz e rock n’roll, mettendo abilità tecniche sensazionali al servizio di una forma-canzone che era colta senza volerlo sembrare.

Quella che, persi letteralmente e tragicamente per strada due componenti fondamentali, si acconciò a semplificarle assai quelle canzoni, buttandole sul country a scapito del blues e continuando peraltro a riscuotere (addirittura incrementandolo), un successo enorme.

Ma lo spirito della Allman Brothers Band è ancora in circolazione, senza troppo clamore, e continua a riempire negli Stati Uniti palazzetti dello sport e persino stadi grazie all’impegno dei figli di Gregg Almann che portano avanti lo spirito della vecchia guardia.

Se questa ultima incarnazione del gruppo fondato nel marzo 1969 dai fratelli Duane e Greg Allman può ancora legittimamente portare in giro la sua leggendaria ragione sociale è proprio grazie al lascito, filosofico quanto musicale, di At Fillmore East.

Nella sua versione originale, poco meno di ottanta minuti magmatici di cui, nell’immaginario del rock , sono rimasti principalmente i poco più di sessanta nei quali l’arte della jam viene portata ad apici toccati forse solo dai Grateful Dead di Live/Dead e dai Quicksilver di Happy Trails.

Non dai Cream, di cui gli Allman vennero definiti con superficialità il contro altare americano, quando sarebbe dovuto risultare evidente che nella loro musica la tecnica non scadeva mai in tecnicismo e i volumi mai venivano alzati gratis.

Alchimia imprendibile quella delle due sere al Fillmore di New York del 12 e 13 marzo del 1971: sette mesi prima di quel tragico incidente in moto in cui perse la vita Duane Allman e, stessa tragica sorte, sarebbe poi toccata al bassista Berry Oakley tredici mesi dopo e sempre in moto.

Degna di nota di quel leggendario live, a mio modesto avviso, è certamente Whipping Post, composta da Gregg Almann per l’omonimo album di debutto della Allman Brothers Band del 1969.

Quando la scrisse, Gregg Allman aveva ventun anni e un’ispirazione così veloce che spesso non sapeva dove fissarla. Quando gli venne in mente Whipping Post, non avendo fogli di carta a portata di mano, scrisse le parole su un’asse da stiro, usando come penna alcuni fiammiferi che prima accendeva e poi spegneva.

Suo fratello Duane capì immediatamente il potenziale del brano e insieme al resto della band decisero di piazzarlo proprio alla fine del disco, quasi a invogliare l’ascoltatore a chiedere di più. Erano tempi in cui gli album si ascoltavano dall’inizio alla fine e non a salti o selezione come ora.

Il brano durava cinque minuti, ma possedeva una struttura così aperta  dal vivo che si allungava a dismisura, come si può ascoltare appunto nel doppio live At Fillmore East, dove raggiunge la durata di ventitré minuti.

Gli Allman ebbero la conferma del valore della canzone la prima volta che la eseguirono dal vivo. Dopo i primi due accordi, un ragazzo delle prime file gridò “Whipping Post” e il pubblico si produsse in un’ovazione. Il disco era appena uscito e già era entrato nella memoria e, si può dire, anche nella storia.

Menzione particolare anche per la traccia di apertura Statesboro Blues la cui versione originale è attribuita a Taj Mahal

In questo #TellMeRock grazie a Daniele Marcante, ho voluto riportare in auge un chitarrista e un gruppo di cui si parla sempre troppo poco, ma penso che, da queste righe, abbiate potuto intuire la grandezza e soprattutto l’importanza decisiva di Duane Allman e dei suoi “Brothers”.