EDITORIALE – Chris Martin è alle prese con il difficile secondo album della band. Il primo, Parachutes, è stato un successo clamoroso, ma il leader dei Coldplay, è convinto che al secondo, A Rush Of Blood To the Head, manchi ancora qualcosa.
Martin è a Liverpool, a riflettere, sente la pressione. Trova un vecchio piano scordato, gli viene in mente Isn’t It a Pity di George Harrison, perché negli ultimi giorni ha ascoltato spesso l’album All Things Must Pass.
Comincia a suonarla, ma all’improvviso gli arriva un’altra melodia. La segue, la incoraggia, la corteggia, la registra. Asce così The Scientist, anno 2002, la storia di un uomo che vorrebbe chiedere scusa, alimentare al meglio il suo amore e rivivere tutto dall’inizio.
E’ la stessa parabola raccontata in un video che ha fatto epoca e mietuto premi per la sua tecnica al contrario. Non era la prima volta, già era accaduto ad esempio con il gruppo pop dei Danny Wilson, ma la grandezza della ballata unita alle immagini, che partivano dalla fine della storia e arrivavano all’inizio, per svelare che l’allora fidanzata di Chris Martin, l’attrice irlandese Elaine Cassidy, era morta in un incidente, funzionava alla perfezione. Una grande canzone in cui appare molto riuscito anche l’uso del falsetto.
Parto da The Scientist per parlarvi dell’album #TellMeRock di questa domenica, quel A Rush Of Blood To the Head che ha portato i Coldplay alla loro definitiva e meritata consacrazione.
L’anno, come suddetto, è il 2002 e la band, come tutto il mondo, è ancora sotto shock per i fatti dell’11 settembre. Ciò influisce non poco sulla vena creativa di Martin e compagni, ma i Coldplay non vogliono un album di ricordo o commiserazione per le vittime, vogliono un disco fatto di insistenza, reazione e voglia di vivere.
«Le nuove canzoni riflettono un nuovo atteggiamento. Incitano chi le ascolta a non essere spaventati. Chiunque può ottenere ciò che vuole», dirà Martin nel corso della presentazione del disco. A Rush Of Blood To the Head è un album più impegnato e diverso da Parachutes proprio perché nell’album di esordio gli stati d’animo erano diversi, più rilassati. Martin ha spiegato che, in relazione al tema dell’album, il titolo dello stesso significa «fare qualcosa di impulsivo». Alcune canzoni riguardano le relazioni. Queste tracce sono basate sulla realtà, ma secondo Martin, sono state scritte con un tocco di fantasia.
L’album include ballate e musica acustica con un massiccio uso della chitarra e del piano. Non mancano brani più movimentati come la traccia d’apertura Politik, Clocks e A Whisper. La title track, invece, è un omaggio al cantautore statunitense Johnny Cash, considerato da Martin uno dei «più grandi … uomini con solamente chitarre». La canzone Green Eyes è stata scritta da Chris Martin per due persone: un «amico americano» e compagno di band, Jonny Buckland.

Proprio sulla suddetta Clocks, altra canzone famosissima e colonna portante dell’album, c’è una storia particolare.Uno dei più grandi successi dei Coldplay, vendite alle stelle e premio Grammy 2004 come canzone dell’anno, ha visto la luce solo perché il resto dell’album non piaceva a Chris Martin. E’ una strana storia, come lo sono molte che riguardano il rock e i suoi derivati.
Chris Martin è in studio, notte fonda. Gli viene in mente un riff al piano, quello che caratterizza l’inizio della canzone e che si ispira ai lavori dei Muse. Lo fa ascoltare al chitarrista Jonny Buckland che prende subito in mano la sua sei corde, segno che il riff gli piace davvero. Clocks nasce in poche ore, ma è comunque troppo tardi per inserirla in A Rush Of Blood To the Head, così Martin la archivia con il titolo Song for #3, ovvero canzone per il numero tre, inteso come terzo album.
Passano i giorni e i Coldplay sono negli uffici della loro casa discografica ad ascoltare il demo del loro nuovo allbum, quando Martin si alza e dice: “Fa schifo, rifacciamo tutto dall’inizio”. I discografici sono allibiti, ma lo assecondano e rimandano l’uscita.
Per puro caso, qualche giorno dopo, il manager della band Phil Harvey ascolta il demo con su scritto Song For #3 e si precipita da Chris Martin per imporgli di mettere subito mano al pezzo e completarlo, perché è una bomba. Il cantante lo asseconda e due mesi dopo Clocks viene inserito nel secondo album. Per il terzo ci sarà tempo.
Ma A Rush Of Blood To the Head è anche l’album della celeberrima In My Place, scritta ai tempi dell’album precedente Parachutes, nel settembre 2000. La canzone era stata già suonata dal vivo nel tour già prima dell’uscita del nuovo album e, riguardo al significato del testo, il frontman Chris Martin ha spiegato: “Parla del posto che occupi nel mondo, come hai conquistato la tua posizione, come appari, e quello che devi fare per andare avanti”.
Altra nota ballata rock, la quale soprattutto dal vivo rende al meglio della sua potenzialità è God Put a Smile upon Your Face. Il video della canzone, diretto da Jamie Thraves, regista anche del videoclip di The Scientist, mostra i membri del gruppo vestiti nero mentre eseguono il brano su sfondo bianco, intervallando le immagini alla storia di un uomo d’affari che inizia gradualmente a scomparire dopo l’incontro con un misterioso uomo scalzo. L’uomo d’affari è interpretato dall’attore inglese Paddy Considine.
L’11 settembre sullo sfondo e le insicurezze emotive e artistiche di Chris Martin, emerse anche poi nel lavoro del 2008 Viva La Vida, in cui l’allora produttore artistico Brian Eno, criticò lo stesso Martin di trasmettere “poco carisma” dopo una cena in cui l’ex compagna del leader dei Coldplay Gwineth Paltrow, parlò del progetto della band allo stesso Eno senza che Martin proferisse quasi parola.
Resta però un album di grande impatto e sperimentazione, un lavoro tra rock e pop nato da revisioni caratteriali e nuove sonorità da adottare, tra pianoforti “scordati” e tematiche insistenti e attuali. I Coldplay daranno poi ancora di più il meglio di loro in altri album successivi (X&Y del 2005 e Viva La Vida del 2008), ma sicuramente A Rush Of Blood To the Head segna quel lavoro spartiacque che ha reso più maturi e tenaci i Coldplay e le loro convinzioni artistiche.










































