#TellMeRock, L’esordio dei System Of a Down tra rabbia e rivalsa sociale

EDITORIALE – Era il 30 giugno di 22 anni fa, e la scena metal era abbastanza appiattita da fanatici e assidui ascoltatori che pur di ritrovare qualche “barlume uditivo” che riportasse ai fasti di questo genere, si rifugiavano in pietre miliari di gruppi quali Metallica, Iron Maiden, Slayer o Rage Against The Machine.

Ma in realtà il metal non era morto, era solo in fase nuova di sperimentazione in “segrete stanze” le quali, una volta aperte, hanno regalato una svolta imprevedibile e potente al genere.

Protagonisti di questa evoluzione sono un gruppo di ragazzi armeni, adottati da Los Angeles, che creano e sperimentano un nuovo modo di concepire il genere, aggiungendo agli elementi tipici dell’heavy metal, come gli scream e le chitarre distorte, anche influenze da vari generi, tra cui folk, punk rock, musica etnica, cabaret, danze orientali e jazz.

Loro sono i System Of A Down i quali, il 30 giugno del 1998, pubblicavano il loro omonimo album di esordio… e nulla sarebbe stato più come prima.

A spiccare subito all’udito degli ascoltatori è la voce duttile e poliedrica del frontman della band, quel Serj Tankian che ancora oggi è considerato una delle voci più rappresentative e innovative del panorama metal.

Serj Tankian e Daron Malakian si conoscevano, di vista, sin da bambini. Entrambi avevano frequentato la Alex Pilibos High School, una scuola parrocchiale armena. Unica differenza: Serj era del 1967, Daron del 1974. Non avevano perciò mai avuto modo di incontrarsi, parlarsi, condividere assieme la passione per la musica. E poi c’era quel ragazzone alto, abbastanza magro, dal nome impronunciabile di Shavarsh Odadjian (anche se per gli amici era noto come Shavo). Un anno più vecchio di Daron, viveva con la nonna. I suoi genitori non si sapeva dove fossero finiti: chi dice morti, chi dice separati. Lui non diceva nulla, almeno.

Sì, certe volte il destino è davvero bizzarro. Accade che un giorno Serj Tankian, in uno studio di registrazione di Los Angeles, ha modo di sentire, in modo del tutto casuale, Daron Malakian che suona la chitarra con verve e tecnica sopraffina. E, a quanto pare, Tankian ne rimane colpito, tanto da fermarlo il giorno stesso, fargli qualche domanda, capire che il figlio dello scultore armeno Vartan Malakian ha i suoi stessi gusti musicali. Ed ecco che così nascono i System Of A Down.

Il loro omonimo album d’esordio ha una sola parola d’ordine: ed è aggressività. Scordatevi i mandolini di “Soldier Side”, scordatevi i morbidi cantati di pezzi come “Roulette”, scordatevi anche l’incrocio armonioso delle due voci. È aggressività, in pieno stile metal, senza alcun compromesso melodico. Ed è aggressività sin dalla copertina: la mano, protesa in avanti, che cerca di ghermire con forza qualcuno (o qualcosa?) è il perfetto preludio a quella che sarà una vera e propria esplosione, sia sotto l’aspetto stilistico, sia sotto quello creativo, sia sotto quello emozionale.

Il sipario viene alzato su “Suite-Pee”, brano dalla breve durata, che coniuga una formidabile freschezza sonora con la rabbia tipica delle sfuriate slayeriane, senza dimenticare una bizzarra ed originale vena compositrice: esemplare il riff, acido e diretto, che apre il pezzo (uno dei più belli negli ultimi dieci anni), o ancora i continui cambi di tempo (“The following of the Christ, the following of the Christ, the following of the Christ, the falling of Christ, the falling of Christ, the falling of Christ!”).

Il testimone viene poi passato a “Know”, durissima sfuriata contro la società attuale, vista come una sorta di Grande Fratello, che alterna l’ipnotismo orientaleggiante delle strofe con il crossover roccioso del ritornello, sottofondo ideale per l’alternanza screaming/growl del cantante.

Spazio anche alla sarcastica goliardia del singolo trainante, “Sugar”, (“Who, can believe you, who, can believe you, let your mother pray!”), una sorta di spettacolo circense in cui vengono amalgamati, in un generale, folle autocompiacimento, il nu metal più classico con urla schizofreniche e carillon dal tocco semitico, per poi far sfociare il tutto in un epilogo straniante, con Tankian che riesce a cambiare il timbro vocalico sei o sette volte consecutivamente (dal sussurrato al growl, allo screaming, al teatrale, al romantico) mentre sotto di lui si estende una foresta di rumore assortito.

Si ha un brusco cambio di tono con la quarta “Suggestions”, composizione dalla spiccata ridondanza etnica, veloce e nervosa, dove il cantato del singer si spezzetta nevrastenicamente in urla sconnesse, per poi riunirsi, in modo armonioso, in una sottoforma di melodia psichedelica, ad alto tasso sismico.

Menzione speciale per la sublime e “rantolante” Spiders: composta in tonalità di Do minore in perfetto stile System Of A Down, è una melodia pressante, lenta e triste che crea un’atmosfera buia ed echeggiante. La voce di Serj Tankian, bassa e melodica nei versi, diventa energica e dissonante nel ritornello. La traccia parla principalmente del V-chip, il chip del computer che blocca i contenuti violenti.

Esso viene descritto come dotato di molte zampe e paragonato quindi ad un ragno. Spiders contiene però anche un messaggio di denuncia verso il governo e i suoi poteri, utilizzati spesso per spiare e studiare la popolazione in modo illegittimo.

Ma i System Of A Down non dimenticano le proprie origini, e la rabbia sfogata nel testo del brano P.L.U.C.K., dedicato alle vittime del genocidio subito dal popolo armeno tra il 1915 e il 1916, ne è la dimostrazione.

“Mind” (ben sei minuti e sedici) è la vera perla del disco, l’illuminazione massima, la vera fonte di ispirazione. Un tunnel buio ed ansioso nella prima parte, dove un robotico basso introduce il cantato ammaliante di Tankian: un’improvvisa esplosione di rabbia (“Go away, go away, go away!”). E’ il brano simbolo di quella aggressività sopra citata, un urlo continuo in cui Tankian sfoga potenza vocale e

I System Of A Down, insomma, hanno fatto il classico esordio con il botto: a cercare il pelo nell’uovo, si potrebbe rimproverare al quartetto armeno-losangelino di aver lasciato uno spazio assai ridotto per le melodia, elemento-chiave che darà la marcia in più al seguente, capolavoro, “Toxicity” (2001).

E’ tuttavia vero che canzoni di tale potenza non verranno più considerate, nei seguenti lavori: questo album va quindi tenuto stretto, lontano dalla polvere dell’oblio, come preziosa testimonianza dei System che furono e che, forse, non saranno mai più.