EDITORIALE – Il rock nella metà degli anni 80 in Italia si riscopre vivo e vegeto, con una nuova frontiera che, aperta su fronti sperimentali, favorisce la nascita di gruppi e nuove band che però non sempre riescono a portare in alto le loro progettualità.
Dalle parti di Firenze, invece, la culla del Rinascimento si trasforma nella culla della New Wave, grazie a un gruppo che ha l’ambizione, attraverso un nuovo modo di concepire la musica, di creare in Italia qualcosa che unisca i temi forti dell’attualità e del sociale ai suoni più innovativi ed eclettici che siano mai stati prodotti finora.
E così, il 13 dicembre del 1986 nasce “17 Re”, l’opera seconda della cosiddetta ‘Trilogia del Potere’ dei Litfiba.

L’album, ancora oggi a trentanove anni di distanza, rappresenta il punto più alto, nonché -a detta dei più- l’apice della discografia del gruppo fiorentino, se non addirittura uno dei dischi di maggior spessore della produzione rock nazionale.
Con 17 Re i Litfiba si allontanano in parte dalla new wave del lavoro precedente in favore di canzoni leggermente più orientate verso il rock, ma non rinnegandola del tutto: le tastiere di Aiazzi, infatti, avranno in ogni caso una certa importanza nella fisionomia delle composizioni, mentre la chitarra di Ghigo sarà ancora abbastanza garbata, a differenza della sguaiatezza che troveremo ad esempio in El Diablo e ancor più in Terremoto, ma comunque maggiormente presente rispetto all’album di debutto.
Qui ogni elemento della band porta il proprio contributo e le proprie idee, forte di una libertà compositiva che si concretizza in canzoni che spaziano tra diverse sonorità, dal dark all’elettronica, dal folk al punk, passando per i già citati rock e new wave e mischiandole con atmosfere ora latine (da ascoltare Café Mexcal e Rosita o anche Tango), ora orientaleggianti (Oro Nero) e altro ancora.
E’questo il punto di forza del lavoro di 17 Re, la gerarchia che scompare, come nei grandi gruppi di stampo britannico o statunitense, ogni idea viene presa in considerazione. Ciò può portare anche a qualche lite o qualche punto di vista diverso, ma tutto ciò crea crescita e quindi estro e varietà.
L’album uscì come doppio nella versione in vinile e recava quattro canzoni per lato: queste vennero suddivise in modo che il primo disco risultasse composto dalle tracce più “canoniche” per lo stile della band, mentre nel secondo una facciata recasse le ballate e l’altra le composizioni un po’ più sperimentali.
Bisogna precisare che in realtà la tracklist avrebbe dovuto essere composta da diciassette brani, ma la title-track fu esclusa perché efficace solo nelle lyrics ma non musicalmente; in ogni caso possiamo ritrovare una parte del testo nella facciata interna dell’LP stesso.
A padroneggiare nell’album è il brano Apapaia, dedicato alle idee di ogni individuo e al rispetto di esse. Ancore oggi resta uno dei brani più apprezzati della prima parte della carriera della band.
I testi sono criptici e aperti a diverse interpretazioni come da consuetudine quando si parla dei Litfiba e i temi trattati molto diversi: dall’antimilitarismo di Sulla Terra e Ferito, all’amore (Febbre, Re del Silenzio) alla religione –Come un Dio e Oro Nero– passando per la propria autodistruzione causata dall’alcool (Gira nel mio Cerchio) fino a giungere alla sconvolgente attualità del disastro della centrale nucleare di Chernobyl con Resta; non mancano ovviamente nemmeno le citazioni dotte come quella evidente nella quinta traccia, ispirata a un’opera di Arnold Schönberg intitolata Pierrot Lunaire.
La copertina presenta un cuore sacro cinto di spine attorniato da colore graffiato. L’immagine è stata realizzata dal manager Alberto Pirelli passando della trielina su un’immagine sacra, come bozza per mostrare il progetto per la copertina: il cuore di Cristo, re dei re, per simboleggiare i 17 re. Sebbene siano stati effettuati vari tentativi, alla fine venne scelto il primo abbozzo come copertina ufficiale
Il disco è assai più variegato e sfaccettato rispetto a Desaparecido, si tratta di un mix di sensazioni altalenanti, perennemente in bilico tra rabbia, sentimento, poesia e denuncia sociale, il tutto messo in scena dall’evocativa voce di Pelù sorretta da un gruppo di musicisti che remano nella stessa direzione (al di là di alcuni conflitti interni che deflagreranno di lì a poco), capaci di assecondare i testi cantati dal frontman con una colonna sonora sempre appropriata e di sicuro effetto, merito anche di una produzione decisamente migliore rispetto all’esordio.

17 Re non si smette mai di scoprire, offre sempre qualche nuovo spunto all’ascoltatore, affascina e stupisce seppur non sia quel che si può definire un album immediato: sarà seguito da dischi di maggior successo presso il grande pubblico – i quali li porranno come una delle band di punta del panorama nazionale negli anni ’90 – ma si tratta probabilmente del capolavoro assoluto dei Litfiba, irripetibile come il periodo in cui nacque. Trentanove anni fa.









































