#TellMeRock|24 marzo 1986: lo sporco lavoro degli Stones e quella Harlem Shuffle sospesa tra Jagger e Richards

EDITORIALE – L’Harlem Shuffle era un ballo molto in voga negli anni Cinquanta e Sessanta nelle sale da ballo di Harlem.

La canzone che ne prende il nome fu scritta dal duo Bob & Earl nel 1963 e poi ripresa dagli Stones nel 1986 per l’album Dirty Work, uscito proprio il 24 marzo di quell’anno.

Il pezzo fu la prima cover delle Pietre rotolanti a uscire come primo singolo di lancio di un album dall’esordio in studio, nel 1964.

Erano anni che Keith Richards tentava di convincere Mick Jagger a incidere la canzone. Non glielo diceva apertamente, conoscendo la tendenza di Mick ad andare contro qualsiasi proposta venisse da lui, ma registrava Harlem Shuffle in mezzo ad altre canzoni su cassette che poi dava da sentire a Jagger con la speranza che se ne innamorasse. Ma non ricevette alcuna risposta.

Una notte, mentre gli altri Stones aspettavano che Mick Jagger tornasse da Parigi dove era impegnato nella promozione del suo album da solista, Richards e Ronnie Wood cominciarono a suonare e cantare Harlem Shuffle, affascinati dalla bellezza e dalla semplicità della canzone.

Jagger arrivò proprio in quel momento ed entrò in studio sostituendo al volo Keith Richards alla voce. Era il brano perfetto per lui, solo che se ne era mai accorto fino a quando qualcun altro non l’aveva cantato al posto suo.

https://youtu.be/nAkMTu6q2pY

Uno “sporco lavoro” , quello che probabilmente è l’album più sottovalutato degli Stones. Sicuramente perché giungeva in un periodo di crisi acuta fra Jagger e Richards, oltretutto è il successore di “ Undercover” , un disco che certo non aveva soddisfatto i palati dello zoccolo duro dei fans.

Invece Dirty Work è, a mio parere, è un buon album di robusto rock-blues, anche perché finalmente Keith Richards si era deciso a prendere in mano le redini musicali del disco, lasciando pochissimo spazio alle manie discotecare e danzerecce di Mick Jagger, che pure in questo album dà il suo apporto con una serie di prove vocali comunque massicce e all’altezza delle varie situazioni.

“Dirty Work” mette da subito le carte in tavola con “One Hit (To The Body)”, un pezzo in piena tradizione stoniana con le chitarre acustiche iniziali che si intrecciano subito con le elettriche di Richards e di Woody che poi battagliano per tutto il pezzo. Riff convincente e puro spirito battagliero da rock’n’roll quello che accompagna la canzone. Un pezzo piuttosto duro è anche “Fight” , con un rock veloce e sparato.

Dopo Harlem Shuffle si ritorna subito al rock duro e puro con “Hold Back” , mentre poi Keith Richards dà libero sfogo alla sua passione mai nascosta per il reggae e il dub con “Too Rude”, un bel brano che poi verrà ripreso anche dallo stesso Keith con i suoi X-Pensive Winos nei concerti che promuoveranno i suoi due album solisti, “Talk Is Cheap” e “Main Offender”.


A seguire due pezzi riempitivi quali sono “Winning Ugly” e “Back To Zero” , che personalmente mi dicono assai poco, mentre il rock-blues torna infuocato con la title-track “Dirty Work” , dove assolutamente egregio è il lavoro di Ronnie Wood alla chitarra solista e pienamente all’altezza è l’interpretazione vocale di Mick Jagger, che impreziosisce il tutto con un efficace assolo di armonica.

Infine il pezzo conclusivo è cantato da Keith Richards e si intitola “Sleep Tonight” , ed è una delle ballate più belle e soffuse incise dai Rolling Stones, con una voce triste e malinconica che sembrava messa lì apposta per dire “addio” . Invece è stato solo un “arrivederci”, un qualcosa che avrebbe dovuto essere un epitaffio su una gloriosa carriera. invece

Il disco è, tra le altre cose, una commossa dedica a Ian Stewart, il “sesto Stone” che proprio durante le sessions parigine di questo disco ha improvvisamente lasciato questo mondo a causa di un infarto (“thank you, Stew, for twentyfive years of boogie-woogie” è la dedica nelle note di copertina).

Di lì a poco Richards inizierà una breve discografia solista dove svilupperà ancora più a fondo quanto fatto in questo disco, mentre Jagger tenterà con scarso successo di proseguire la carriera solista iniziata con “She’ s the boss” .

Giri ed esperienze che però porteranno gli Stones sempre e solo da una parte: uniti su un palco davanti a folle oceaniche.