“The Wall” e la trincea Floydiana asserragliata dietro al muro

EDITORIALE – Ognuno di noi sente la necessità, in alcuni momenti della propria vita, di abbattere o costruire muri. Ognuno di noi ha l’esigenza di combattere pregiudizi e stereotipi che dalla società, poi, possono travolgere anche noi stessi.

Ora mettetevi nei panni di un irrequieto Roger Waters e del suo gruppo che, dopo l’addio dato a Syd Barrett, si ritrova a dover fare i conti contro la propria popolarità a “causa” di un trittico d’oro basato sulla perfezione di album quali “The Dark Side of the Moon”, “Wish You Were Here” e “Animals”.

Folle adoranti li attendono ad ogni concerto, la critica che li esalta come gruppo avanguardista del rock e del prog, case discografiche in pressione su di loro e, inevitabilmente, qualcosa che si rompe negli equilibri dei Pink Floyd e che tristemente non si aggiusterà più.

L’emblema prende forma e si avvera nel luglio del 1977, durante l’ultimo concerto del tour In the Flesh, eseguito allo Stadio Olimpico di Montréal. Un gruppo di spettatori in prima fila irritarono Waters con le loro urla a tal punto che il bassista arrivò a sputare addosso ad uno di loro. L’intera band si sentiva a disagio nell’esibirsi davanti ad un pubblico così numeroso, ma l’ipersensibile Waters fu il più influenzato dalla situazione, tant’è che, infortunatosi ad un piede dopo aver litigato con il manager Steve O’Rourke, parlò con uno psichiatra del distacco che sentiva dal tour, del suo odio per le esibizioni negli stadi e della barriera che percepiva tra lui e il pubblico durante i concerti.  Così, mentre Gilmour e Wright si trovavano in Francia per registrare degli album solisti e Mason partecipava alla realizzazione dell’album Green di Steve Hillage, Waters cominciò a scrivere nuovo materiale.

Il bassista e co – fondatore del gruppo inizia un lavoro di introspezione su se stesso, ne coglie conflitti interiori e peculiarità, butta giù note e parole di rivalsa sociale e di etica personale, lavorando sul “muro” che ormai opprime sempre più la sua esistenza stessa ma di cui, allo stesso tempo, non può fare a meno.

Ed ecco che nasce il concept di “The Wall”

The Wall racconta la vita della rockstar Pink, alter ego per l’occasione di Roger Waters (e in parte di Syd Barrett), segnata da avvenimenti come la morte del padre per mano dei nazisti, ad Anzio, quando il protagonista era ancora in fasce, la scuola alienante, primo vero scontro-incontro con la “macchina sociale”, una madre iperprotettiva, le groupies, gli eccessi, i problemi con la casa discografica, il divorzio.

Il peso di tutto questo è insostenibile e Pink si chiude dietro ad un muro che lo isola dal mondo esterno, diventando prima salvezza, poi gabbia e in fine carnefice di una fragilità psicologica ed emotiva che lo induce alla follia.

Apre l’opera “In the Flash”, la chiusura del brano è la genesi di Pink, si sente la caduta di un aereo, richiamo alla morte del padre in guerra e il pianto di un neonato, come a dare un senso di continuità, la fine di una vita che dà inizio ad un’altra nella successiva  nel pezzo “The thin Ice”.

Da “Another Brick in the Wall (part 1)” a “The Happiest Days Of Our Lives” e nella successiva “Another Brick in the Wall (part 2)” la scuola è il centro dell’analisi, il primo impatto sociale che Pink ha, la prima struttura che pone le fondamenta di quel muro che la futura rockstar comincia a costruire tra sé e ciò che lo circonda.

Segue “Mother”, narrazione del rapporto con una madre che nel cercare di essere anche padre, risulta iperprotettiva tanto da limitare la crescita umana e artistica di Pink ponendo, anch’ella, mattoni pesanti e soldi sul muro che il protagonista vede pian piano edificarsi intorno a sé.

Il muro diventa sempre più alto, la sensazione di oppressione, l’area rarefatta, l’isolamento si percepiscono nelle sonorità di brani quali “Empty Spaces” e “Goodbye Blue Sky”.

Young Lust dura circa 3 minuti e 30 secondi ed è cantata interamente da David Gilmour, mentre la voce di Roger Waters è presente nel coro della canzone. Il testo ci fa capire che Pink è andato negli Stati Uniti ed è diventato una rockstar e, di conseguenza, è continuamente assalito dalle groupie. La voce dell’operatore telefonico alla fine del brano ci indica che il rapporto tra Pink e la moglie sta andando verso la rovina. A questo punto il protagonista perde la ragione.

Il dialogo con l’operatore fu registrato da Roger Waters, che chiamò da Los Angeles il suo vicino di casa a Londra. La registrazione fu fatta all’insaputa dell’operatore

Prima che la follia prenda definitivamente il sopravvento col brano che chiude la prima parte, “Goodbye Cruel World”, c’è spazio per l’ultima tessera del puzzle; Pink, come Waters, affronta l’abbandono da parte della sua compagna e il disperato tentativo di non restare solo in “Don’t Leave Me Now”.

La seconda parte si apre con “Hey You”, segue “Is There Anybody Out There?”, Pink è totalmente immerso nella solitudine del suo muro, non percepisce nulla di ciò che è oltre. Si chiede addirittura se ci sia altro fuori dalla sua gabbia. Ha tutto e c’è tutto, in realtà, ma non riesce a viverlo, ad afferrarlo o farselo bastare, così come “Nobody Home” ci mostra, facendoci tornare ben chiara alla mente tutto ciò che fa parte della vita di Pink ma che ora diventa una malinconica cartolina di un qualcosa che non gli appartiene.

“Comfortably Numb” è probabilmente la gemma più preziosa del diadema, una delle vette della discografia dei Pink Floyd, il pezzo dove, forse più che in qualunque altro, è possibile apprezzare il genio e il talento di David Gilmour.

Negli anni sono stati molti a credere che fosse il brano che inseriva il tema della tossicodipendenza nel concept album e nella vita di Pink. In realtà la canzone fa riferimento all’industria discografica che costantemente droga gli artisti al fine di abbandonare il percorso creativo che gli appartiene per piegarsi ad un percorso costruttivo più consono a quello delle industrie e quindi più adatto a soddisfare esigenze e richieste del mercato. Il titolo originariamente previsto era “The Doctor” che ancor meglio ci fa vedere questa figura delle case discografiche come un dottore impegnato a drogare il suo paziente (il musicista) per osservarlo al suo volere.

Altri brani sono incentrati sulla vita dell’artista, della rockstar, il tutto in un quadro che alimenta l’alienazione dell’individuo: “Run Like Hell”, “The Show Must Go On” e in seguito “Waiting For The Worms”, ove i vermi sono la figura allegorica che rappresenta il marcio che divora da dentro l’artista.

C’è un effimero tentativo di risveglio della coscienza in “Hammer Hammer”, martelli che provano ad abbattere il muro.

“The Trial” è anticipata dal rumore di chiavi che aprono una cella; Pink si presenta di fronte alla corte che lo giudicherà.

La suddetta Corte è composta da figure già viste nell’intera narrazione e da alcune nuove: il maestro, la soffocante madre, la moglie e si aggiungono l’avvocato e il giudice, coscienza e società. La canzone si conclude con la sentenza del giudice, che ordina a Pink di distruggere il muro che lui stesso ha creato. Alcuni lo vedono come un imporre al cantante di arrendersi ad una condizione che non può cambiare, altri come una presa di coscienza, c’è un modo per far coesistere se stessi col mondo, bisogna solo accettarne le regole, distruggere quelle che si ritengono essere difese e invece sono prigioni. Il muro.

E’ il caposaldo dei Pink Floyd, ma The Wall segna anche la fine del sogno Floydiano. Un esempio su tutti? Il tastierista Richard Wright partecipò tardivamente alla registrazione dell’album (si era trasferito in Grecia con la sua nuova moglie); per questo motivo (come spiegato da Mason nel suo libro) Waters litigò con il tastierista e lo licenziò: durante il tour di promozione Wright partecipò solo come turnista. Ormai la band inglese, più che in uno studio di registrazione, sembrava essere continuamente in trincea, a combattere contro se stessi e contro la loro stessa identità, nonostante l’album e il successivo tour (The Wall nel 1981 approdò anche a Napoli) furono un successo planetario.

Le celebri vignette ispirate all’opera di The Wall furono disegnate da Gerald Scarfe fumettista britannico ferocemente satirico, che spesso nelle sue opere usava trattare argomenti  comela scuola, l’esercito, e il progresso, tanto cari a Roger Waters, con cui collaborò già per la realizzazione delle animazioni del tour di Wish You Were Here. I martelli in marcia, l’insegnante, il tritacarne, l’animazione di Pink, sono tutte opere di Scarfe, il quale amava definirsi un visionario in stretta armonia con la filosofia Floydiana.

Tre anni dopo l’uscita dell’album, Alan Parker dirigerà il film Pink Floyd The Wall, trasposizione cinematografica dell’album con il contributo grafico di Gerald Scarfe. L’attore protagonista sarà l’allora semisconosciuto leader dei The Boomtown Rats, Bob Geldof. Il film Pink Floyd The Wall fu presentato, in anteprima, al 35º festival di Cannes, il 22 maggio 1982, a mezzanotte. Nel film vengono mostrati circa venti minuti delle animazioni originali di Gerald Scarfe create per i concerti. La pellicola è dotata di un’incisiva violenza psicologica: basti pensare alla sequenza dei bambini gettati nel tritacarne o quella dei bombardamenti di Goodbye Blue Sky.

Dopo 40 anni c’è ancora attualità in questa opera tanto complessa e autobiografica, che segna una parte del cammino intrapreso da ognuno di noi, che  invita a guardarci dentro, porgendoci delle domande tra realtà, incubi e sogni. E’ l’album che annienta ogni certezza, alza il muro su speranze e sogni, e lo fa cadere quando si presentano ansie e paure, ma è un grido forte e univoco contro la perdita d’identità di una generazione che ancora oggi è troppo presa da futilità e beni materiali. Il muro si abbatte su ciò che è materiale e immateriale, cade, si sgretola e ci pone di fronte alle nostre fragilità e punti di forza in un unico contesto.

Fu una rivoluzione musicale ma anche coreografica The Wall. Il muro di mattoni innalzato progressivamente sul palco per rendere invisibile la band al pubblico, la qualità e la quantità degli amplificatori usati per diffondere la musica, il suono degli effetti speciali disseminati lungo le canzoni, i mostruosi cartoni animati, disegnati come suddetto dal fumettista inglese Gerald Scarfe, proiettati sui maxischermi e il crollo roboante di tutti i mattoni del muro alla fine dello show diedero il via a una nuova era dell’intrattenimento live e inaugurarono un concept inedito, quello del concerto come esperienza multisensoriale

E così, dopo aver reinventato la musica in studio con l’album capolavoro, The Dark Side Of The Moon, i Pink Floyd riscrissero le regole delle performance in pubblico. Il 21 luglio del 1990, dopo essersi separato traumaticamente dalla band cinque anni prima, al termine di una “sanguinosa” battaglia legale con gli ex colleghi, Waters eseguì The Wall a Berlino, in diretta tv mondiale e davanti a 350 mila persone in Potsdamer Platz, stampando per sempre nell’immaginario collettivo la connessione tra il crollo del muro della Guerra Fredda e il “suo muro”, una storia personale diventata simbolo di liberazione e indipendenza.

Chiedete a un bambino di qualunque età di disegnarvi un muro su un foglio bianco…vi disegnerà, inconsciamente, quello di “The Wall”.