Tra rampantismo, proibizionismo e gangsterismo: i ruggenti anni ‘20

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Esattamente un secolo fa si apriva uno dei periodi più elettrici del secolo passato. Un decennio che ha segnato l’immaginario collettivo delle generazioni a venire per la capacità di imporre nuovi costumi, nuove abitudini, oltre a esser stato culla di alcuni degli eventi più significativi del ‘900. Si tratta di anni che hanno ispirato l’arte, la moda, la letteratura (si pensi a un’opera quale Il grande Gatsby, di Francis Scott Fitzgerald, scritto e ambientato proprio in quell’atmosfera) e che per la loro capacità di sdoganare le passioni più individuali, di abbattere ogni inibizione di carattere morale sulla via del successo sociale ed economico, vengono generalmente definiti “ruggenti”: anni in grado di scatenare pulsioni creative inebrianti e coinvolgenti.

Anni ruggenti per individualità rampanti: definitosi ben presto come fenomeno mondiale, il rampantismo degli anni ’20 si caratterizzò soprattutto nella sua dimensione statunitense. Se la “Belle Époque”, infatti, pochi anni prima aveva segnato il debutto del secolo in un clima di  ottimismo di ascendenza positivista, rendendo centro del mondo i cuori pulsanti d’Europa come Londra e Parigi prima di essere travolto dallo scoppio della Prima Guerra mondiale, le ambiziose attitudini che caratterizzarono il periodo post-bellico covarono innanzitutto negli Stati Uniti, paese che aveva sì partecipato al conflitto ma senza riverberi sul proprio territorio nazionale, e con un contributo in termini di vite umane sostanzialmente limitato a confronto con le potenze europee (Italia compresa) che vi avevano preso parte.

Furono anni formidabili: città come New York e Chicago affermarono la propria dimensione verticale, mediante la costruzione di alcuni tra i più celebri grattacieli del mondo. La sky-line della prima vide ergersi giganti come l’Empire State Building o il Chrysler Bulding, veri e propri monumenti dello stile artistico più affermato in quel decennio di frenesia e opulenza, e conosciuto come art-decò (si rimanda qui per un approfondimento più appropriato)

Nei club musicali risuonavano nuovi generi: il charleston, ballato da disinibite signorine dai capelli a caschetto in abiti a vita bassa ricoperti di paillettes e frangette (le cosiddette flappers girls), o il jazz che  ̶ pur se nato nei decenni precedenti ̶  iniziava a “deregionalizzarsi”, uscendo fuori dal suo centro propulsore (New Orleans) per diffondersi nelle città più grandi del paese, e vedendo sorgere la stella di alcuni tra i suoi nomi più luminosi, come Louis Armstrong e Sidney Bechet.

Era un capitalismo d’assalto, quello che si dispiegava in quel periodo: e che di pari passo con gli entusiasmi da facile guadagno e gli slanci titanici di una società impegnata ad affermare il proprio “bisogno del gigantesco” alimentava angosce e inquietudini in chi vedeva nel consumo di spazio e materia il logorio spirituale dell’umanità che se ne rendeva protagonista: turbamenti che il cinema muto seppe cogliere appieno e rappresentare perfettamente, come dimostra il monumentale capolavoro di Fritz Lang, Metropolis (1927), in cui il regista austriaco proiettava in un futuro distopico, ambientato nel 2026, l’abbrutimento di una società diseguale e sfruttatrice, dominata dall’ossessione del profitto e lacerata da una marchiana lotta di classe che, a quei tempi, era tutt’altro che fenomeno immaginario.

Eppure, una società così vitale non perdeva occasione per cadere nelle consuete contraddizioni della cultura americana, vergate da un moralismo dalla venatura spessa e capaci di dettare gli orientamenti di costume della politica americana. Una politica che, dopo gli anni dell’apertura internazionale voluta dal presidente Woodrow Wilson e sfociata nella partecipazione (decisiva) alla “Grande Guerra”, sospingeva il paese all’isolazionismo delle presidenze di  Harding  e   Coolidge, in cui alla dinamicità economica faceva da contraltare una paura dell’altro e del diverso cui conseguenza fu il blindare le frontiere, ponendo fine a quel grande flusso migratorio che negli anni precedenti aveva condotto dall’Europa milioni di immigrati, tra cui tantissimi italiani, i quali si erano rivelati decisivi per il boom economico del paese.

I ruggenti anni ’20 furono anche gli anni del Proibizionismo: esattamente cento anni fa, il 16 gennaio del 1920, entrava in vigore il XVIII emendamento della costituzione americana, che proibiva il consumo e la produzione di bevande alcoliche, essendo queste considerate non solo causa di comportamenti immorali e disdicevoli, ma anche nocive alla produttività lavorativa di chi ne faceva uso. Veniva così proclamato un manifesto delle maniere in cui le esigenze del capitalismo si armonizzavano perfettamente con le inclinazioni puritane delle sue classi dirigenti. Le quali però, nel miglior solco di ogni moralismo, predicavano bene e razzolavano male: rincorrendo il gusto del proibito, e quindi alimentando un mercato illecito degli alcolici che collocava i suoi sacrari nei club clandestini in cui si entrava per parola d’ordine (gli speak-easy) e in cui l’alcol scorreva a fiumi, o colava dalle coppe licenziose con cui le ballerine di charleston coprivano i loro seni.

La polizia americana in uno speak-easy

Un fenomeno illecito che fu subito monopolizzato dalla malavita, che a quell’epoca negli Stati Uniti parlava un inglese con cadenza italica o irlandese, e che riempì le tasche dei più celebri capimafia di quei tempi, i quali cominciarono a farsi la guerra per accaparrarsi sempre maggiori porzioni del lucrosissimo contrabbando di spiriti. Un decennio che vide emergere l’abilità criminale del più abile dei contrabbandieri, Al Capone, il gangster per antonomasia, che su quel traffico fu capace di accrescere la sua fama tra Chicago e New York, affermando un mito criminale che dura ancora oggi. E che il cinema ha ovviamente contribuito a mantenere in vita, con pellicole che ne hanno segnato la storia: si pensi, per esempio, a Gli Intoccabili (The Untouchables, 1987) di Brian de Palma, in cui la figura del gangster italo-americano è consegnata alla straordinaria interpretazione di Robert De Niro.

Al Capone

Con il crollo finanziario di Wall Street (1929) il decennio si chiuse drammaticamente, obbligando la società americana a una sobrietà dettata dalle difficili condizioni economiche e sociali che seguirono a quell’evento epocale. Con la fine del decennio, poi, si ammorbidì anche la politica proibizionistica, che per quanto riguarda l’alcol cessò definitivamente nel 1933. La fine del consumo illegale di alcolici fu un duro colpo per le associazioni criminali, che videro declinare una grande fonte di profitto e furono costrette a diversificare i loro interessi. Anche tale momento traumatico per queste attività illecite è stato magistralmente rappresentato al cinema, nell’indimenticabile scena del “funerale del proibizionismo” che un profondo conoscitore della cultura americana quale il nostro Sergio Leone inserì in quel meraviglioso affresco di quegli anni che è C’era una volta in America.

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