Tra storia e memoria esiste una differenza sostanziale

La storia non può essere la memoria soggettiva di chi ha vissuto in un certo modo quegli episodi

EDITORIALE – «La memoria collettiva ha costituito un’importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali. Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degl’individui che hanno dominato e dominano le società storiche. Gli oblii, i silenzi della storia sono rivelatori di questi meccanismi di manipolazione della memoria collettiva». La voce autorevole di Jacques Le Goff ci mette in guardia sull’importanza della memoria. E precisamente di quella memoria collettiva che nella felice definizione di Pierre Nora è: «Il ricordo, o l’insieme dei ricordi, più o meno conosciuti, di un’esperienza vissuta o mitizzata da una collettività vivente della cui identità fa parte integrante il sentimento del passato». Un acceso revisionismo storico (guidato per lo più da giornalisti e non affidato a storici di professione), ma anche un acceso dibattito sul fiorire di celebrazioni di tante “giornate della memoria” e “giorni del ricordo”, pongono all’attenzione dello storico un nuovo problema legato a uno ‘scontro’ che può apparire addirittura assurdo: quello tra storia e memoria.

Esiste una differenza tra la storia e la memoria? Perché esistono giornate della memora che commemorano episodi storici? Qual è la differenza e qual è il rapporto fra storia e memoria? Nel nostro Paese fioriscono festival di storia seguiti da migliaia di persone, gli storici diventano star dei social. Significa che esiste una forte propensione a seguire e ad appassionarsi a questa divulgazione, tuttavia uno scoglio tra storia e memoria riemerge di frequente.

Le disquisizioni filosofiche sono tantissime, come pure il dibattito storiografico, quello accademico, si è appassionato al tema. Tuttavia, per i non addetti ai lavori, diviene complicato districarsi tra le varie posizioni. Un approccio, per provare a fare chiarezza sulla parte profonda di questa frizione tra storia e memoria, può seguire la strada di esempi concreti che, vividi, riemergono da carte di archivio. Ci proviamo.

Il 24 febbraio del 1864 un gruppo di briganti, appartenenti alla banda Masini, uccide, nei pressi di Padula (Sa), Nicola Raso cittadino di Viggiano (Pz). Il malcapitato, ucciso con diversi colpi di arma da fuoco e da taglio, con gli occhi cavati e la lingua mozzata, era un innocente. La sua “colpa” agli occhi dei briganti era quella di essere un operatore delle linee telegrafiche dello Stato Italiano. Un uomo onesto che si guadagnava da vivere facendo il suo lavoro di tecnico. Un traditore (che ostacolava la loro azione criminale) venduto allo “Stato dei piemontesi” agli occhi dei briganti. Molto del revisionismo al quale facevamo riferimento prima, non ultimo addirittura un movimento neo-borbonico, hanno contribuito a mitizzare la figura dei briganti in Basilicata e più in generale nel Sud Italia. Una mitizzazione che, mettendo in discussione il processo di unificazione italiana (fatto storico ormai non discutibile), si basa sulla memoria di alcuni episodi storici presentando una guerra (che è vero, fu combattuta) tra un invasore straniero (il regio esercito Italiano) e l’eroica resistenza del popolo (secondo i revisionisti: i briganti) che combatteva per la libertà e contro i soprusi. Una storia che non terrebbe conto dei volontari della Guardia Nazionale, dei comitati insurrezionali, della classe dirigente meridionale nel nuovo Stato unito. Certo, c’erano anche coloro che avversavano l’Unità d’Italia ed è compito dello storico riportare le loro voci. Ma, se scrivendo la storia si volesse ascoltare solo quella voce si commetterebbe un errore.

I documenti della sentenza riguardo la banda Masini, emessa dal Tribunale Militare di Potenza il 6 Maggio 1865, rappresentano una delle fonti per lo storico che si vuole occupare di quel periodo. Documenti che vanno calati in un contesto, confrontati, analizzati alla luce dell’analisi dei tanti punti di vista di quel periodo, nel tentativo di ricostruire i fatti. Il ruolo dello storico è un po’ come quello di un magistrato (ma alla fine non emette sentenza, ricostruisce – faticosamente – i fatti). Spesso, lo storico è costretto ad interpretare i fatti. Non è detto che non possa prendere posizione. Ma se dovesse basarsi sulla “memoria” e sui “punti di vista” di una parte, rinuncerebbe a uno degli elementi fondamentali della Storia: la complessità.

Uno storico (serio) inquadrando i fatti in un contesto, come può interpretare l’episodio di sangue del 1864 (che non è l’unico) come un atto di guerra di un popolo che si rivolta contro un invasore? Come sarebbero valutati gli stupri delle mogli e delle figlie dei contadini assaliti dai briganti nelle buie notti della Lucania post-unitaria? D’altronde, se volessimo scrivere la storia di questo periodo sulla base della memoria di qualche abitante di Pontelandolfo o Casalduni, dovremmo scrivere una storia ancora diametralmente opposta? Ecco che, allora, emerge chiaramente la necessità di una scissione tra la memoria e la storia. La storia è la stessa, la memoria non può essere sempre la stessa. “La memoria può essere pacificata”, la storia deve andare al di là e considerare i punti di vista di tutti!     

Volessimo oggi scrivere la storia sulla base della memoria della famiglia del povero Nicola Raso, trucidato dai briganti, avremo un racconto obiettivo e che rispecchia la complessità del processo storico post-unitario nell’Italia Meridionale? Sarebbe utile semplificare la storia raccontandola attraverso l’autobiografia di Carmine Crocco?

La storia non può essere la memoria soggettiva di chi ha vissuto in un certo modo quegli episodi. Altro filone molto fortunato della pubblicistica degli ultimi decenni è stato quello sulla Resistenza al nazi-fascismo. È forse proprio in quest’ambito che è emersa con forza la necessità di operare il distinguo tra storia e memoria. (Chi scrive è tra quelli che è ben felice che a vincere quello scontro siano stati i partigiani e non i nazi-fascisti). La storia non può essere (ri)scritta prendendo soltanto il punto di vista e la memoria di chi ha vissuto, con pieno coinvolgimento quei giorni. Quanto sarà diversa la memoria di una moglie che vide suo marito, funzionario dello Stato fascista, prelevato e ucciso dai partigiani; da quella di una donna che vide suo marito impiccato dalle camice nere di Salò? Durante una guerra fatti atroci sono commessi da uno schieramento come da un altro. È storia quella scritta ascoltando la memoria di un familiare di uno dei fascisti uccisi dai partigiani o di una delle tante giovani vittime, anche donne, che troviamo in uno dei libri di Giampaolo Pansa? La mamma che si è vista uccidere i figli da altri italiani in camicia nera potrà avere la stessa memoria? La memoria è portatrice di un punto di vista. La Storia deve tener conto di tutti i punti di vista. La storia segue un procedimento scientifico, tratta con rigore i fatti, considera la critica e confronta la diversità delle interpretazioni fino a portarle a sintesi.