EDITORIALE – Le donne, per anni, sono state considerate inferiori agli uomini. Vari ricordi mi confermano la disparità esistente nel passato tra uomo e donna. Circolava un detto: “Auguri e…figli maschi!”. E’ un pensiero augurale usato anche oggi, ma con una leggera nota di ironia e di leggerezza. Nel passato, invece, era molto sentito e rivolto ai novelli sposi con convinzione: la nascita di un maschietto era certamente più gradita e motivo di orgoglio per una coppia. Quando nasceva una femmina si era soliti dire “mala nuttata e figlia fimmina”. Esistevano, come oggi, forme di violenza fisica e psicologica. Tali violenze, nel passato, non sfociavano in femminicidi solo perché la donna, priva di indipendenza economica, non poteva rivendicare la sua libertà ed era costretta a sopportare in silenzio gli abusi del marito violento e prevaricatore.
Qualche anno fa mi capitò di assistere a una scena di violenza psicologica perpetrata da un uomo su una donna. Era un pomeriggio d’estate. Seduta davanti a un bar a Praia a Mare, godevo la piacevole brezza marina mentre gustavo un ottimo gelato. Sull’ampia terrazza in riva al mare, poco distante da me, notai una giovane coppia con un bellissimo bambino nel passeggino. Li guardai con ammirazione: erano entrambi giovani e belli. Pensai tra di me: Che bella famiglia! Avevo appena formulato nella mia mente questo pensiero quando mi accorsi che la giovane donna piangeva. Lui, con uno sguardo di disprezzo, la guardava; poi incominciò a gesticolare e a parlare con toni di voce sempre più alti e minacciosi. Ad un certo punto si alzò, si accese una sigaretta e incominciò a camminare andando avanti e indietro; si sedette e, rosso in volto, con uno sguardo truce, continuò ad inveire contro la donna. Riuscii, solo in parte, a capire ciò che diceva: la rimproverava accusandola di essere indolente, pigra, disordinata, deficiente…e altro ancora! Lei lo guardava senza dire parola: parlavano soltanto i suoi occhi tristi e colmi di lacrime, che le rigavano il volto. Ad un tratto lui le intimò di alzarsi e di andare via. Li vidi allontanarsi mentre lui continuava a gridare e a gesticolare; lei, preso il bambino in braccio spaventato e in preda a un pianto dirotto, se lo stringeva al petto…mentre continuava, in silenzio, a piangere!
Amare per alcuni uomini diventa sinonimo di legame morboso, esclusivo, egoistico. L’amore vero, invece, è un sentimento che si fonda su altri principi, quali la condivisione, l’altruismo, la promozione del benessere e della felicità dell’altro/a.
Ci chiediamo: cosa fare, da dove bisogna partire?
La famiglia, la scuola e tutte le altre agenzie educative dovrebbero porsi un unico obiettivo: educare all’affettività, al rispetto dell’altro, al dominio dei propri istinti, a capire che la donna appartiene solo a se stessa e non è proprietà di nessuno.
Questi principi devono essere inculcati dalla più tenera età. Bisogna fare crescere i nostri figli in ambienti in cui siano banditi il sopruso, la prevaricazione, la violenza. Al contrario, devono prevalere gli esempi di tolleranza, di condivisione, di sostegno, di comprensione, di benevolenza, di tenerezza e di amore.











































