EDITORIALE – Ci sono persone che lasciano un segno silenzioso ma profondo, fatto di presenza costante, competenza e umanità. Giuseppe D’Amico, per tutti semplicemente Pepè, è stato una di queste. Empatico, ironico, dotato di grande cultura e di un innato senso del dovere, ha rappresentato per decenni un punto di riferimento umano e professionale per la comunità.
La sua storia lavorativa è intimamente legata all’Ente comunale lauriota, dove fu assunto il 1° novembre 1970 a tempo determinato. Il 1° aprile 1973 divenne vincitore di concorso, iniziando ufficialmente un percorso che sarebbe durato quarant’anni, vissuti con dedizione e onorato servizio. Nel tempo assunse la responsabilità dei servizi civici statistici dell’Ente, ruolo svolto con precisione, rigore e lungimiranza.
Già dagli anni ’90 Pepè si distinse come promotore dell’informatizzazione e dell’innovazione tecnologica, diventando pioniere in un settore allora ancora poco esplorato. La sua visione lo portò ad avviare numerose collaborazioni con la Regione Basilicata sui temi dell’informatica, contribuendo in modo concreto alla modernizzazione amministrativa. Non era soltanto un funzionario competente, ma un uomo capace di guardare avanti, di intuire il cambiamento e di trasformarlo in opportunità per la collettività.
Dietro il professionista stimato c’era però soprattutto l’uomo, con le sue gioie e i suoi dolori. Venticinque anni fa fu segnato da una ferita mai rimarginata: la perdita del suo terzo figlio, l’indimenticato Daniel, un dolore che ha portato con dignità e silenzio. La famiglia è sempre stata il suo centro emotivo: l’orgoglio nel seguire la carriera da allenatore di volley del figlio Giancarlo, l’affetto profondo per Nicola e l’amore condiviso con la moglie Rachele raccontano di un padre e di un marito presente, partecipe, autentico.
Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo conserva ricordi semplici ma preziosi: conversazioni amichevoli su ogni argomento, scambi di idee mai banali, la sua signorilità naturale. Spesso lo si incontrava al tavolino di un bar, pronto a dialogare o a regalare una delle sue “perle” di umorismo e saggezza. Negli ultimi tempi, accompagnato in auto dai figli Giancarlo e Nicola, continuava a essere quella presenza gentile e disponibile che molti cercavano spontaneamente.
Pepè lascia il ricordo di un uomo colto ma mai distante, ironico ma profondo, rigoroso nel lavoro e caloroso nei rapporti umani. Una figura che ha saputo unire professionalità e sensibilità, innovazione e tradizione, famiglia e comunità.
Il suo esempio resta nelle persone che lo hanno conosciuto, nei luoghi che ha contribuito a migliorare e nelle parole scambiate con chi oggi lo ricorda con stima e affetto. Un’eredità fatta non solo di risultati, ma soprattutto di umanità.









































