‘Una musica che va…’, il ricordo di Ciccio Cirigliano

Ci sono storie che diventano favole… e poesia. E non sta scritto da nessuna parte che le favole – o le poesie – debbano sempre essere allegre. A volte queste possono essere – lo sono – tristi e dolorose… spezzano le gambe e chiudono il cuore in gola… ma sono magiche e rimangono tali.

La storia magica che oggi raccontiamo con un dolore indescrivibile, che esce da ogni privato per diventare dolore di una intera comunità, è la storia del sorriso stampato sulla faccia di Fabio ogni volta che parlava della montagna… è la storia della luce con cui i suoi occhi guardavano la sua montagna.

Sì, Fabio di montagne ne ha scalate tante, tra le più famose del mondo… ma, come raccontava ogni volta, la sua montagna era quella su cui ha deciso di rimanere per sempre.

Il suo rapporto con questa montagna – la montagna che abbraccia tutte e tutti noi, oggi attoniti – non è di quei rapporti che si possono descrivere con parole… ci sono cose che queste ultime non riescono a trasmettere. Perché queste saranno comunque sempre frutto di un esercizio intellettuale, che Fabio aveva sostituito con lo spirito: lo spirito della montagna, per l’appunto. E lo spirito di un corpo, il suo, che diventa tutt’uno con la natura che lo circonda, portando quella montagna in ogni sua passeggiata: che fosse Matera Capitale europea della Cultura o che fosse il Kilimangiaro.

Una favola e una poesia magiche, come magico è un pò tutto quello che circonda questa terra, sin dai tempi più remoti. E le magie le puoi solo raccontare… tramandarle raccontandole… perché esse accadono inspiegabilmente… misteriosamente.

Fabio la montagna la raccontava… qualcuno ha scritto in queste ore che è riuscito a far conoscere la sua montagna anche a quante e quanti non vi erano mai saliti. E io l’ho ascoltato raccontare la montagna. Ma se mentre raccontava la montagna non avessi guardato i suoi occhi e la sua bocca, non l’avrei conosciuta… perché – l’ho detto – Fabio non aveva un rapporto intellettuale con la montagna. Fabio con la montagna aveva un rapporto spirituale. Essa non era un qualcosa altro da lui.

Faccio un esempio che potrà capire meglio chi lo ha visto con i bambini… che lo adoravano. Ma solo dopo che con lui avevano fatto la loro prima discesa sugli sci. Perché appunto Fabio si disvelava a loro non con la bravura delle parole, ma con l’amore dei gesti… del corpo… dello spirito, appunto. Non era il loro eroe ‘a chiacchiere’… lo diventava con l’esempio di come ci si comporta, in montagna… di come si sta, in montagna… e di come la montagna entra in noi respirandola.

Oggi quella montagna apparirà ai nostri occhi come ‘malevola’ per averci sottratto Fabio… ma io sono sicuro che Fabio non sarebbe d’accordo con noi, perché quella montagna era per lui quella seconda madre che lo ha abbracciato per sempre… in una storia magica, in una terra magica. Un pò come una musica abbraccia a sè la voce che meglio l’ha cantata. E noi Fabio lo ritroveremo ogni volta che saliremo sul Sirino, sulle sue vette, guardandole e amandole come lui le ha guardate e le ha amate.

di Ciccio Cirigliano