Una storia di amore e di coraggio dalle Grotte del Favaro durante il bombardamento di Lauria

EDITORIALE – Era il 7 settembre del 1943. Lauria era inondata di sole e i suoi abitanti si preparavano a vivere una quotidianità abituale: niente faceva presagire l’evento catastrofico e luttuoso che, a breve, si sarebbe verificato.

Verso le dieci, un rumore assordante sorprese tutti, suscitando momenti di sbigottimento e di paura. Molti uscirono dalle case per capire…

Il rumore proveniva dall’alto. Uno stormo di aerei, volando a bassa quota, aveva oscurato il cielo e lasciava cadere bombe su Lauria.

Il panico iniziò a diffondersi tra i cittadini, increduli per quello che stava accadendo!

L’istinto di conservazione determinò comportamenti diversi e imprevedibili: alcuni si rifugiarono nelle cantine delle loro case, altri uscirono per le strade correndo verso luoghi ritenuti più sicuri, altri ancora rimasero fermi nel posto in cui si trovavano, incapaci di qualsiasi reazione. 

La prima bomba cadde vicino alla grotta “Belgiovane” (grotte del Favaro), nella zona del Cerruto, uccidendo due persone: un ragazzo di sedici anni, Felice Fittipaldi, e la mamma di mio marito Angelo, Anna Maria Cosentino.

Nel tragico momento di grande disorientamento e di panico, mamma Anna Maria, prendendo per mano il piccolo Angelo, di appena cinque anni, seguì il corteo di persone che andavano verso il rifugio.

Correndo verso l’erta salita, un amico, Cosimo Mercuro, si offrì di aiutare la giovane mamma in difficoltà, prendendo con sé il bambino; lo pose sulle spalle e, correndo, lo portò dentro la grotta.  Dopo pochi minuti, quasi all’imbocco della grotta, cadde la bomba, che uccise mamma Anna Maria. Sarebbero morti entrambi se il figlio avesse continuato a stringere la mano della sua mamma.  

Indelebili nella memoria di Angelo alcuni ricordi di quella triste giornata: la fuliggine nera che ricopriva la sua pelle e i suoi vestiti, l’acqua nera della bacinella dove si lavò le mani, le urla della gente…e  poi la bara (quattro tavole messe insieme) poggiata sul pavimento con dentro la sua mamma. Il giorno dopo, sul dorso di un asinello, fu portato in contrada Olivella. 

Già prima della sua nascita, Angelo rimase orfano del padre, travolto dal treno mentre svolgeva il lavoro di ferroviere a Salerno.

I nonni furono importanti per lui e la sorella, orfani di entrambi i genitori. Quando l’ho conosciuto era completamente solo: i nonni erano morti e la sorella era migrata in Brasile. 

Sono convinta che l’esperienza del bombardamento ha influito non poco sul suo sviluppo mentale e psicologico. La sua indole buona e generosa, l’empatia e la spontaneità  con le quali si rapportava con tutti, specialmente con chi viveva situazioni di difficoltà e di sofferenza, erano in buona parte determinate dal bisogno di colmare quel vuoto, quella mancanza di affetti, che avevano segnato in maniera indelebile la sua esistenza. 

Quel 7 settembre morirono altre 35 persone del nostro paese.

Dal Cerruto, spostandosi verso il costone dell’Armo, gli aerei sorvolarono la chiesa di San Giacomo e sganciarono altre bombe che colpirono i rioni Pietra Grossa e Ravita.

Foto, via Facebook di Nazareno Sisti