Venti anni dalla morte di Craxi: intervista doppia a Maria Pisani e Gianni Pittella

INTERVISTA ESCLUSIVA – Domani ricorre il ventesimo anniversario dalla morte di Bettino Craxi, leader socialista e figura politica carismatica della storia della Prima Repubblica italiana. ivl24 ha deciso di ripercorrere la sua figura e la sua controversa e affascinante storia politica in un’intervista doppia rivolta a Maria Pisani, rappresentante della Segreteria Nazionale del Psi e al Senatore dem Gianni Pittella. Tra aneddoti, ricordi e attualità, uno spaccato di Craxi all’insegna del confronto e della sua memoria politica e personale

Quanto è importante parlare di Craxi oggi, soprattutto alle nuove generazioni?

G.P. : Molto importante e non per mere ragioni di ricostruzione storica ma bensì perchè si conosca a fondo la vicenda politica di un leader che ha provato, in una fase di cambiamenti epocali post muro di Berlino, a modernizzare un Paese bloccato da consociativismi e conservatorismi. Vorrei che i giovani conoscessero le sue idee di riforma istituzionale, di sviluppo economico, di mediazione tra meriti e bisogni, tra giustizia sociale e promozione individuale. Mi piacerebbe cioè i giovani sapessero quanto lungimirante fu la visione di Craxi e quanto la sua attitudine di governo abbia contribuito a fare dell’Italia uno dei grandi attori della scena mondiale.

M.P.: E’ importantissimo per i traguardi raggiunti, è il ricordo dell’Italia quinta potenza, il racconto della vicenda di Sigonella, unico episodio di dignità nazionale, dei successi internazionali, dell’abbattimento della disoccupazione e dell’inflazione, del Concordato, dell’impegno umanitario per salvare Aldo Moro, dell’elaborazione di un moderno socialismo liberale, nel solco della tradizione riformista, contrapposto all’interpretazione dogmatica e totalitaria del leninismo, del decreto di San Valentino, del consolidamento dello stato sociale. Ma se chiedete a un trentenne strizzerà gli occhi, avrà dubbi se gli raccontate una storia diversa da quella di Tangentopoli. Se gli parlate di Craxi come l’uomo che sapeva guardare al di là delle contingenze. Al suo confronto il fin troppo elogiato Enrico Berlinguer fu un diverso interprete del suo tempo, si attardò sempre, oscillando soltanto tra la diversità comunista e il compromesso storico. In quegli stessi anni, Craxi aveva già compiuto una radicale rottura con il leninismo e il marxismo riaprendo i conti con una visione moderna del nostro Paese, con l’idea di una Europa come terza via tra la deregulation atlantica e il residuo sovietismo dell’Est. Venti anni di Seconda repubblica hanno lasciato invece alle nuove generazioni un’Italia a coriandoli.

Che eredità lascia?

M.P.: Una eredità enorme. Di Bettino Craxi resta l’ambizione di realizzare una grande riforma dello Stato, resta il ruolo che questo Paese dovrebbe rivendicare nel Mediterraneo e nello scenario internazionale. Una eredità importante per l’Italia e per la sinistra italiana. La modernità del pensiero socialista, la teoria dei meriti e dei bisogni di Rawl ripresa alla conferenza programmatica di Rimini del 1982, il sostegno all’innovazione e al made in Italy, il sostegno a un capitalismo industriale e non finanziario, sono discussioni a cui ancora oggi facciamo riferimento. De Gasperi diceva che ‘un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista guarda alla prossima generazione’. Durante il suo governo, si misurò con questa impresa mostrando la statura dello statista proprio quando la parola ‘riformista’ era, per una sinistra a maggioranza comunista, impronunciabile

G.P. : Poca nella memoria purtroppo. Perchè misconosciuta con una sorta di ‘damnatio memoriae’ che non ha precedenti recenti. Una rimozione collettiva drammatica che non consente di fare i conti con una stagione di stravolgimenti e di drammatica riduzione dello standing italiano nel mondo. La sua eredità di visione invece è più viva che mai per chi ha la pazienza di studiare, come accennavo prima, la sua idea di architettura istituzionale, di posizionamento dell’Italia nel mediterraneo, di coniugazione tra intrapresa individuale e moderno welfare.

Una storia politica e partitica controversa soprattutto negli ultimi anni della sua vita, fu lasciato davvero solo Craxi?

G.P. : Fu lasciata sola la politica, quella incapace di diventare serva delle grandi lobby finanziarie internazionali. E fu lasciato solo il principale esponente di quella politica impavida e incoercibile. Vedete, dopo la caduta del muro di Berlino e dell’antitesi comunista al sistema capitalista, l’Italia ne patì conseguenze straordinarie e a tutt’oggi solo parzialmente indagate. Il nostro Paese infatti fino all’89 era il principale terreno di scontro in occidente tra i due blocchi, avendo nel Pci il partito comunista più forte nell’emisfero atlantico, e dopo il muro divenne viceversa il principale terreno di sperimentazione dell’asservimento della politica ai grandi gruppi economico finanziari. Se infatti il pericolo comunista ammorbidiva gli spiriti animali capitalistici e li costringeva ad affidare alla politica la mediazione fra interessi diversi anche attraverso l’istituzione di grandi aziende di stato in settori strategici, alla fine della contrapposizione tra i due blocchi doveva invece seguire, e seguì una feroce battaglia contro tutto ciò che la politica rappresentava.

M.P: Morì solo. Solo: abbandonato da troppi, molti preferirono cancellare quella scomoda presenza assecondando l’egemonia del giustizialismo che ha condizionato la politica italiana per decenni. Sono certa che se ci fosse stato sin da subito un fronte comune, come accaduto anche in questi anni per altri segretari di partito, qualcosa sarebbe accaduto. Se il Parlamento avesse avuto la maturità e la saggezza di cogliere la portata dirompente del discorso che pronunziò mentre fuori echeggiava il tintinnio delle manette, probabilmente la storia sarebbe stata diversa. E ancora oggi, in Italia, nessuno hai mai voluto avviare una discussione su cosa successe in quegli anni, sul senso dell’inchiesta Mani Pulite, sul peso della figura di Craxi nella storia della repubblica, sulle ragioni che lo avevano spinto all’esilio tanto da paragonare la libertà alla sua vita. Ci provò Giorgio Napolitano, qualche anno fa. Ma nessuno gli diede retta.

Quale l’aneddoto politico in cui si rivede da socialista?

M.P. : A un intervistatore della Repubblica che gli chiese: “A lei fa paura il Pci?”, rispose: “Mi fa paura il comunismo, non il Pci”.

G.P. : Ahimè un difetto vero i socialisti ce l’avevano e devo riconoscerlo. Girava anche negli anni novanta un aneddoto: un socialista si guarda allo specchio e comincia la scissione. L’incapacità di far seguire alla stagione di Craxi una compiuta e unitaria sfida politica socialista al mondo che cambiava è uno dei miei grandi rimpianti. Non perchè consideri l’unità socialista sul piano romantico ma perchè considero negativo che in Italia la sinistra non si sia mostrata capace di elaborare la trasformazione e non si sia unita nel nome del riformismo progressista sotto le insegne socialiste. Gli eredi del Pci da una parte e quelli del Psi dall’altra non hanno saputo costruire una casa comune e questo ha fatto male all’Italia. Ovviamente ne colgo tutte le ragioni storiche di cui sarebbe lungo trattare in questa sede.

I suoi rapporti coi poteri forti a partire da Cuccia fino alla notte di Sigonella, dove finiva il leader di partito e l’uomo di Stato?

G.P. : Craxi ha sempre identificato se stesso, la sua leadership come la cifra di un Paese che doveva cambiare e nel cambiare, avrebbe dovuto riaffermare la propria presenza nel mondo. La verità è che Craxi non ha mai fatto prevalere gli interessi di parte su quelli del Paese proprio perchè considerava la sua visione di moderno leader socialista, e questo era il suo limite e la sua forza, come l’interesse dell’Italia e della sua modernizzazione.

M.P.: Non ci sono confini. Anche perché la storia di Craxi non è solo la storia di un leader politico e di un uomo di stato ma è la storia di un’idea. Craxi amava in modo viscerale la politica. La politica e la sua autonomia. D’altronde quando l’autonomia non esiste, i politici sono solo funzionari di altri poteri, dell’economia, della finanza, delle multinazionali e nel nostro Paese l’autonomia della politica morì proprio con l’inchiesta di Mani Pulite. E Sigonella fu l’emblema di quella autonomia. In quella notte l’Italia affermò la propria sovranità, rivendicò con i fatti, la propria autorevolezza. E qualche mese dopo, pochi lo ricordano, nell’aprile del 1986, assunse una decisione ancor più coraggiosa pur sapendo probabilmente di gettare un fiammifero in un pagliaio e di far rizzare molti capelli e tante parrucche. Reagan aveva deciso di bombardare la Libia ma Craxi, Mitterrand, González, in assenza di una disclosure americana dei fini di quella decisione, rifiutarono di concedere le loro basi per il decollo degli aerei americani. Nessuno, tra i partiti dell’intero arco costituzionale, aveva mai legato l’essenza di una politica estera italiana al senso dello stato e alla coscienza nazionale.

Che idea si è fatto del film “Hammamet” di Gianni Amelio?

M.P: Favino è straordinario ma l’elemento romanzato prevale su quello politico e ne esce un’immagine di Craxi e del Psi riduttiva. Non c’è dubbio che il film abbia riaperto il dibattito sul post tangentopoli ma con una scarsa analisi politica di quelle che furono le ragioni più profonde.

G.P. : Un bellissimo film dalla chiave di lettura intimistica di un’esperienza di solitudine di un uomo che aveva consacrato al Paese tutta la sua vita. Ho già avuto modo di dire che sarà il tribunale della storia a pronunciarsi sulla stagione craxiana e sul suo epilogo drammatico. Di certo, il film di Amelio oggi riapre un dibattito, senza spargere sale sulle ferite ancora aperte, ma consentendo si discuta di una pagina rimossa troppo a lungo dalla riflessione comune.